Umberto Eco frasi
La vita in Aforismi

Frasi di Umberto Eco: 379 aforismi, immagini e video

Se sei alla ricerca di interessanti spunti di riflessione, sei capitato nel posto giusto. Nella raccolta, quasi 400 tra immagini, frasi e aforismi di Umberto Eco.

Umberto Eco: le frasi

Dedicare un intero pezzo al padre della linguistica italiana era d’obbligo. Fine pensatore e scrittore di grandissimo livello, le frasi di Umberto Eco offrono decine di spunti di riflessione sui più disparati argomenti. Sarebbe stato davvero troppo difficile fare una selezione troppo ristretta, quindi sarà bene mettersi comodi e godersi i migliori aforismi di Umberto Eco.

Aforismi di Umberto Eco

Sulla filosofia, sull’amore, sulla bellezza. Le frasi celebri di Umberto Eco spaziano i più disparati argomenti aprendo il nostro cuore, ma soprattutto, la nostra mente. Sceglierne una è, certamente, troppo difficile e selezionare il primo risultato Google dopo aver ricercato “Umberto Eco frasi” non è certamente la strada giusta. Su, leggerli tutti sarà un piacere!

È necessario meditare precocemente e spesso sull’arte di morire per riuscire successivamente a farlo correttamente solo una volta.

Nulla dà a un uomo spaventoso più coraggio della paura di un altro.

Mi mancava il coraggio di indagare sulle debolezze dei malvagi, perché ho scoperto che sono le stesse debolezze dei santi.

I mostri esistono perché fanno parte del piano divino. E nelle orribili caratteristiche di quegli stessi mostri viene rivelato il potere del creatore.

Quando sei sulla pista da ballo, non puoi fare altro che ballare.

Dove altro? Appartengo a una generazione perduta e mi sento a mio agio solo in compagnia di altri che sono persi e soli.

Un sogno è uno scritto e molti scritti non sono altro che sogni.

In gioventù siamo inclini a innamorarci dell’amore.

Mostra non ciò che è stato già fatto, ma ciò che può essere ancora fatto. Quanto sarebbe bello il mondo se ci fosse una procedura per muoversi attraverso i labirinti.

Un narratore non dovrebbe fornire interpretazioni del suo lavoro; altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni.

Qualcuno ha affermato che il patriottismo è l’ultimo rifugio dei codardi; quelli senza principi morali di solito avvolgono una bandiera intorno a loro, e quei bastardi parlano sempre della purezza della razza.

L’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o come una scala, costruita per raggiungere qualcosa. Ma dopo devi buttare via la scala, perché scopri che, anche se era utile, non aveva senso.

Tutto diventa chiaro quando guardi dall’oscurità di una prigione.

Come disse un uomo, per ogni problema complesso c’è una soluzione semplice, e questo è sbagliato.

Ognuno di noi è a volte un cretino, uno sciocco, un deficiente o un pazzo. Una persona normale è solo un ragionevole mix di questi componenti, questi quattro tipi ideali.

Cos’è la vita se non l’ombra di un sogno fugace?

Ogni fatto diventa importante quando è collegato a un altro.

L’amore è più saggio della saggezza.

Il sonno durante il giorno è come il peccato della carne; più ne hai, più ne desideri e allo stesso tempo ti senti infelice, sazio e non sazio.

Tutti i poeti scrivono pessime poesie. I cattivi poeti li pubblicano, i buoni poeti li bruciano.

Negli Stati Uniti, la politica è una professione, mentre in Europa è un diritto e un dovere.

La mano di Dio crea; non nasconde.

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Frasi di Umberto Eco

Se siete alla ricerca di una frase di Umberto Eco che avete letto in uno dei suoi libri e non siete più in grado di ritrovare, questo è l’articolo che fa per voi. Questa raccolta racchiude quasi quattrocento aforismi di Umberto Eco che potrete sfogliare e selezionare.

Aveva ragione lei. Qualsiasi dato diventa importante se è connesso a un altro. La connessione cambia la prospettiva. Induce a pensare che ogni parvenza del mondo, ogni voce, ogni parola scritta o detta non abbia il senso che appare, ma ci parli di un Segreto. Il criterio è semplice: sospettare, sospettare sempre. Si può leggere in trasparenza anche un cartello di senso vietato.

Appartengo ad una generazione perduta, e mi ritrovo soltanto quando assisto in compagnia alla solitudine dei miei simili.

Come sarebbe pacifica la vita senza Amore, Adso. Quanto sicuro. Quanto tranquillo. E noioso.

Non ci fa paura la bestemmia, perché anche nella maledizione di Dio riconosciamo l’immagine stranita dell’ira di Geova che maledice gli angeli ribelli. Non ci fa paura la violenza di chi uccide i pastori in nome di qualche fantasia di rinnovamento, perché è la stessa violenza dei principi che cercarono di distruggere il popolo di Israele. Non ci fa paura il rigore del donatista, la follia suicida del circoncellione, la lussuria del bogomilo, l’orgogliosa purezza dell’albigese, il bisogno di sangue del flagellante, la vertigine del male del fratello del libero spirito: li conosciamo tutti e conosciamo la radice dei loro peccati che è la radice stessa della nostra santità. Non ci fanno paura e soprattutto sappiamo come distruggerli, meglio, come lasciare che si distruggano da soli portando protervamente allo zenit la volontà di morte che nasce dagli abissi stessi del loro nadir. Anzi, vorrei dire, la loro presenza ci è preziosa, si iscrive nel disegno di Dio, perché il loro peccato incita la nostra virtù, la loro bestemmia incoraggia il nostro canto di lode, la loro sregolata penitenza regola il nostro gusto del sacrificio, la loro empietà fa risplendere la nostra pietà, così come il principe delle tenebre è stato necessario, con la sua ribellione e la sua disperazione, a far meglio rifulgere la gloria di Dio, principio e fine di ogni speranza.

Docile strumento del potere, la vittima sportiva dirotta i propri istinti in riserve di caccia dove non può influire sulla vita politica nazionale, e la sua rabbia è controllata. Ma del sistema è la vittima più repressa, e la più disperata, perché non sa più di che cosa è privato. Questa sua violenza senza oggetto potrà essere ricuperata al momento opportuno: gli stadi (così come oggi sono concepiti) sono una riserva di energia per ogni dittatura che sappia offrire un oggetto d’amore altrettanto mitico e inconsistente del gioco non giocato.

E forse erano tutto questo, anime perse e anime sante, cavallanti e cavalieri, banchieri ed eroi…

Pensa a una trasmissione come Drive in, al suo ritmo, alla quantità di cose che riesce a far vedere in due minuti e paragona due minuti di Drive in a due minuti della vecchia televisione. Un salto da fantascienza, no? Eppure a quanto pare la cosa non ha provocato traumi, noi siamo passati dal ritmo di valzer a quello di rock’n roll senza perdere nessuna memoria.

Non mi manca la mia giovinezza. Sono contento di averne avuta una, ma non vorrei ricominciare da capo.

Quando lo scrittore (o l’artista in generale) dice di aver lavorato senza pensare alle regole del procedimento, intende semplicemente che stava lavorando senza rendersi conto di conoscere le regole.

L’amore vero vuole il bene dell’amato.

La prima qualità di un onest’uomo è il disprezzo della religione, che ci vuole timorosi della cosa più naturale del mondo, che è la morte, odiatori dell’unica cosa bella che il destino ci ha dato, che è la vita, e aspiranti a un cielo dove di eterna beatitudine vivono solo i pianeti, che non godono né di premi né di condanne, ma del loro moto eterno, nelle braccia del vuoto. Siate forte come i saggi dell’antica Grecia e guardate alla morte con occhio fermo e senza paura.

Perché Dio è l’essere perfettissimo? Perché se fosse imperfettissimo sarebbe mio cugino Gustavo.

Perché l’eredità fondamentale dell’illuminismo sta tutta qui: c’è un modo ragionevole di ragionare e, se si tengono i piedi per terra, tutti dovrebbero concordare su quello che diciamo, perché anche in filosofia bisogna dare retta al buon senso. […] Il buon senso ci dice che ci sono casi in cui possiamo concordare tutti su come vadano le cose.

Disse un filosofo greco (che il tuo Aristotele qui cita, complice e immonda auctoritas) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla alla vita eterna e sottrarla alle seduzioni del ventre, delle pudenda, del cibo, dei suoi sordidi desideri. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l’arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell’irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell’impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili. Oh, quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!

In questo mondo o leggi o scrivi. E gli scrittori scrivono per disprezzo dei loro colleghi, per il desiderio di avere qualcosa di buono da leggere una volta ogni tanto.

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Ma ormai la sfida non è solo tra me e Abbone [l’Abate del monastero], è tra me e tutta la vicenda, io non esco da questa cinta prima di aver saputo. Vuole che io parta domattina? Bene, è lui il padrone di casa, ma entro domattina io devo sapere. Devo.» «Dovete? Ma chi ve lo impone, ormai?» «Nessuno ci impone di sapere, Adso. Si deve, ecco tutto, anche a costo di capire male.

«E tu non t’incantare troppo su queste teche. Di frammenti della croce ne ho visti molti altri, in altre chiese. Se tutti fossero autentici, Nostro Signore non sarebbe stato suppliziato su due assi incrociate, ma su di una intera foresta.» «Maestro!» dissi scandalizzato. «È così Adso. E ci sono dei tesori ancora più ricchi. Tempo fa, nella cattedrale di Colonia vidi il cranio di Giovanni Battista all’età di dodici anni.» «Davvero?» esclamai ammirato. Poi, colto da un dubbio: «Ma il Battista fu ucciso in età più avanzata!» «L’altro cranio dev’essere in un altro tesoro» disse Guglielmo con viso serio.

Ma è possibile parlare, non dico di Socrate, ma di Parmenide in termini contemporanei? Credo proprio di sì. Non è che per far le scienze umane basti leggere i romanzi gialli come fossero Parmenide: occorre anche leggere Parmenide come se fosse un romanzo giallo.

È bello qualcosa che, se fosse nostro, ci rallegrerebbe, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro.

Il nudo, anche e specie quando non è volgare, è sublimato e sublimante. Impone un modello al desiderio, ma questo modello non è reale.

Quanto era bello lo spettacolo della natura non ancora toccato dalla saggezza spesso perversa dell’uomo!

Il fascismo era filosoficamente scardinato, ma dal punto di vista emotivo era fermamente incernierato ad alcuni archetipi.

Col Grande Fratello di Orwell pochissimi spiavano tutti. Con quello televisivo, invece, tutti possono spiare pochissimi. Così che ci abitueremo a pensare al Grande Fratello come a qualcosa di molto democratico e sommamente piacevole.

Perché Cristoforo Colombo ha navigato verso Ponente? Perché se avesse navigato verso Levante avrebbe scoperto Messina.

I folli e i bambini dicono sempre la verità, Adso. Sarà perché‚ come consigliere imperiale, il mio amico Marsilio è più bravo di me, ma come inquisitore sono più bravo io. Persino più bravo di Bernardo Gui, Dio mi perdoni. Perché a Bernardo non interessa scoprire i colpevoli, bensì bruciare gli imputati. E io invece trovo il diletto più gaudioso nel dipanare una bella e intricata matassa. E sarà ancora perché‚ in un momento in cui, come filosofo, dubito che il mondo abbia un ordine, mi consola scoprire, se non un ordine, almeno una serie di connessioni in piccole porzioni degli affari del mondo.

In breve, ricordare è ricostruire partendo dalla base di ciò che abbiamo imparato o detto in passato. È normale, è così che ricordiamo. Ti dico questo per incoraggiarti a riattivare alcuni di questi profili di eccitazione, invece di scavare ossessivamente nel tentativo di trovare qualcosa che è già lì, lucido e nuovo come quando la hai messo da parte per la prima volta … Ricordare è un lavoro, non un lusso.

Alfred Kazin racconta che una volta Thomas Mann aveva prestato un romanzo di Kafka a Einstein, che glielo aveva restituito dicendo: “Non m’è riuscito di leggerlo: il cervello umano non è complesso fino a questo punto”.

Alfred Kazin racconta che una volta Thomas Mann aveva prestato un romanzo di Kafka a Einstein, che glielo aveva restituito dicendo: “Non m’è riuscito di leggerlo: il cervello umano non è complesso fino a questo punto”.

La fantascienza è, in altri termini, narrativa dell’ipotesi, della congettura o dell’abduzione, e in tal senso è gioco scientifico per eccellenza, dato che ogni scienza funziona per congetture, ovvero per abduzioni.

Come non cadere in ginocchio davanti l’altare della certezza.

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Tutti aspiriamo al meglio ma abbiamo imparato che talora il meglio è nemico del bene, e dunque negoziando si deve scegliere il meno peggio.

In fondo quando si mente con eleganza e inventività si vorrebbe sempre, da un lato, convincere che stiamo dicendo la verità, e dall’altro essere smascherati, in modo che venga riconosciuta la nostra bravura. Talora l’assassino confessa il proprio delitto, rimasto impunito, perché l’investigatore riconosca la sua abilità.

I buoni cristiani non credono forse che Satana abbia trasportato Gesù Cristo stesso sulla cima di una montagna, da cui ha mostrato tutti i regni della terra? E come faceva a mostrarglieli tutti se la terra è tonda?

La prima qualità di un uomo onesto è il disprezzo per la religione, che avrebbe paura della cosa più naturale del mondo, che è la morte; e vorrebbe farci odiare l’unica cosa bella che il destino ci ha dato, che è la vita.

L’autore dovrebbe morire una volta che ha finito di scrivere. Per non disturbare il percorso del testo.

Cosa è il leghismo se non la storia di un movimento che non legge?

La giustizia non è mossa dalla fretta, come credevano gli pseudoapostoli, e quella di Dio ha secoli a disposizione. Si proceda piano, e per gradi [nella tortura]. E soprattutto, ricordate quanto è stato detto ripetutamente: che si evitino le mutilazioni e il pericolo di morte. Una delle provvidenze che questo procedimento riconosce all’empio, è proprio che la morte venga assaporata, e attesa, ma non venga prima che la confessione sia stata piena, e volontaria, e purificatrice.

La bellezza del cosmo è data non solo dalla unità nella varietà, ma anche dalla varietà nell’unità.

Ebbi l’impressione che Guglielmo non fosse affatto interessato alla verità, che altro non è che l’adeguazione fra la cosa e l’intelletto. Egli invece si divertiva a immaginare quanti più possibili fosse possibile.

Ma insieme, l’eredità ermetica e quella gnostica producono la sindrome del segreto. Se l’iniziato è colui che comprende il segreto cosmico, allora le degenerazioni del modello ermetico hanno condotto alla convinzione che il potere consista nel persuadere gli altri che si è in possesso di un segreto politico.

Tutte le storie che vorrei scrivere mi perseguitano. Quando sono nella mia stanza, sembra che siano tutti intorno a me, come piccoli diavoli, e mentre uno mi strattona all’orecchio, un altro mi aggiusta il naso e ognuno mi dice: “Signore, mi scriva, sono bello”.

Dio condusse all’uomo tutti gli animali per vedere come li avrebbe chiamati, e in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ciascun essere vivente, quello doveva essere il suo nome. E benché certamente il primo uomo fosse stato così accorto da chiamare, nella sua lingua edenica, ogni cosa e animale secondo la sua natura, ciò non toglie che egli non esercitasse una sorta di diritto sovrano nell’immaginare il nome che a suo giudizio meglio corrispondesse a quella natura. Perché infatti è ormai noto che diversi sono i nomi che gli uomini impongono per designare i concetti, e uguali per tutti sono solo i concetti, segni delle cose. Così che certamente viene la parola “nomen” da “nomos”, ovvero legge, dato che appunto i “nomina” vengono dati dagli uomini “ad placitum”, e cioè per libera e collettiva convenzione.

Sono solo gli uomini piccoli che sembrano normali. Ubertino avrebbe potuto diventare uno degli eretici che ha contribuito a fare bruciare, o un cardinale di santa romana chiesa. È andato vicinissimo a entrambe le perversioni. Quando parlo con Ubertino ho l’impressione che l’inferno sia il paradiso guardato dall’altra parte.

L’America ha un’incredibile capacità di storicizzare il passato prossimo.

L’eccellente riuscita de il nome della rosa è proprio nella felicità narrativa, nella consumata astuzia del mestiere, che permette anche alla casalinga di arrivare alla fine appassionandosi alla trama, assorbendone gli umori maliziosi senza neppure accorgersene. In questo senso, perfetto strumento di massa.

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Tuttavia, se Jack lo Squartatore ci dicesse che ha fatto quel che ha fatto sulla base della sua interpretazione del Vangelo secondo Luca, ho il sospetto che molti dei critici reader-oriented sarebbero inclini a pensare che egli abbia letto san Luca in modo piuttosto irragionevole. I critici non reader-oriented direbbero che Jack lo Squartatore era un pazzo scatenato, e devo confessare che per quanto provi molta simpatia per il paradigma reader-oriented e abbia letto Cooper, Laing e Guattari, sarei tuttavia d’accordo – pur dispiacendomene – circa il fatto che Jack lo Squartatore abbia bisogno di assistenza medica.

Non sempre un’impronta ha la stessa forma del corpo che l’ha impressa e non sempre nasce dalla pressione di un corpo. Talora riproduce l’impressione che un corpo ha lasciato nella nostra mente, è impronta di una idea. L’idea è segno delle cose, e l’immagine è segno dell’idea, segno di un segno. Ma dall’immagine ricostruisco, se non il corpo, l’idea che altri ne aveva.

Ho messo Praga proprio all’inizio perché è una tra le mie città magiche. Ma mi piace anche Dublino. Metta Dublino al posto di Praga, non farà nessuna differenza”. A quel punto la reazione dei traduttori fu: “Ma Dublino non è stata invasa dai russi!” Al che risposi: “Non è colpa mia”.

Ma allora, “ardii commentare, “siete ancora lontano dalla soluzione…” “Ci sono vicinissimo,” disse Guglielmo, “ma non so a quale.” “Quindi non avete una sola risposta alle vostre domande?” “Adso, se l’avessi insegnerei teologia a Parigi.” “A Parigi hanno sempre la risposta vera?” “Mai,” disse Guglielmo, “ma sono molto sicuri dei loro errori.” “E voi,” dissi con infantile impertinenza, “non commettete mai errori?” “Spesso,” rispose. “Ma invece di concepirne uno solo ne immagino molti, così non divento schiavo di nessuno.“

Vidi la pecora, che “ovis” è detta “ab oblatione” perché serviva sin dai primi tempi ai riti sacrificali […] E le greggi erano sorvegliate dai cani, così chiamati da “canor” a causa del loro latrato. […] E coi buoi uscivano in quel momento dalle stalle i vitellini che, femmine e maschi, traggono il loro nome dalla parola “viriditas” o anche da “virgo”, perché‚ a quella età, essi sono ancora freschi, giovani e casti, e male avevo fatto e facevo, mi dissi, a vedere nelle loro movenze graziose una immagine della fanciulla non casta.

Pensa un fiume, denso e maestoso, che corre per miglia e miglia entro argini robusti, e tu sai dove sia il fiume, dove l’argine, dove la terra ferma. A un certo punto il fiume, per stanchezza, perché ha corso per troppo tempo e troppo spazio, perché si avvicina il mare, che annulla in sé tutti i fiumi, non sa più cosa sia. Diventa il proprio delta. Rimane forse un ramo maggiore, ma molti se ne diramano, in ogni direzione, e alcuni riconfluiscono gli uni negli altri, e non sai più cosa sia origine di cosa, e talora non sai cosa sia fiume ancora, e cosa già mare…

Non tutte le verità sono per tutte le orecchie, non tutte le menzogne possono essere riconosciute come tali da un animo pio, e i monaci, infine, stanno nello scriptorium per porre capo a un’opera precisa, per la quale debbono leggere certi e non altri volumi, e non per seguire ogni dissennata curiosità che li colga, vuoi per debolezza della mente, vuoi per superbia, vuoi per suggestione diabolica.

Sono arrivato a credere che il mondo intero sia un enigma, un innocuo enigma reso terribile dal nostro folle tentativo di interpretarlo come se avesse una verità sottostante.

Per sopravvivere, devi raccontare storie.

L’Italia è uno di quei paesi in cui non si è obbligati a entrare in un cinema all’inizio dello spettacolo, ma ci si può entrare in qualsiasi momento, e poi riprendere dall’inizio. La giudico una buona abitudine perché ritengo che un film sia come la vita: io nella vita sono entrato quando i miei genitori erano già nati e Omero aveva già scritto l’Odissea, poi ho cercato di ricostruire la fabula all’indietro, come ho fatto per Sylvie [Gérard de Nerval], e bene o male ho capito che cosa era accaduto nel mondo prima della mia entrata. E così mi pare giusto fare coi film.

Come dice Boezio, nulla è più fugace della forma esteriore, che appassisce e muta come i fiori di campo all’apparire dell’autunno; e che senso avrebbe dire dell’abate Abbone che ebbe l’occhio severo e le guance pallide quando ormai lui e coloro che lo attorniavano sono polvere e della polvere il loro corpo ha ormai il grigiore mortifero (solo l’animo, lo voglia Iddio, risplendendo di una luce che non si spegnerà mai più)?

L’Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera.

Talora uno scrittore, per dire troppo, diventa più comico dei suoi personaggi.

Se mai fossi saggio, lo sarei perché so essere severo.

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Non conta la fede che un movimento propone, conta la speranza che offre. Gratta l’eresia, troverai il lebbroso. E ogni battaglia contro l’eresia vuole solo che il lebbroso rimanga lebbroso.

Non ho mai avuto un indirizzo e-mail.

Clonare esseri umani sarà un pessimo investimento per chiunque. Quale grande personaggio vorrebbe correre il rischio di perpetuarsi attraverso una caricatura? Tutto sommato è ancora più ragionevole fare figli col vecchio sistema. E poi, se fosse vero che in una cellula c’è già tutto il nostro destino, perché varrebbe la pena di vivere?

Dire che un testo virtualmente non ha limiti non significa che ogni atto interpretativo possa avere un esito felice.

Ecco, forse l’unica vera prova della presenza del diavolo è l’intensità con cui tutti in quel momento ambiscono saperlo all’opera…

Perché tre cose concorrono a creare la bellezza: anzitutto l’integrità o perfezione, e per questo reputiamo brutte le cose incomplete; poi la debita proporzione ovvero la consonanza; e infine la clarità e la luce, e infatti chiamiamo belle le cose di colore nitido. E siccome la visione del bello comporta la pace, e per il nostro appetito è la stessa cosa acquetarsi nella pace, nel bene o nel bello, mi sentii pervaso di grande consolazione e pensai quanto dovesse essere piacevole lavorare in quel luogo [lo scriptorium].

Così sono, e son condannato a esserlo. Sarò sempre fantastico, buio, tenebroso, bilioso. Ho ormai trent’anni e ho sempre fatto la guerra, per distrarmi da un mondo che non amo. E così ho lasciato a casa un grande romanzo ancora manoscritto. Vorrei vederlo stampato, e non posso occuparmene perché ho questi sudici conti da curare. Se fossi ambizioso, se avessi sete di piaceri… se fossi almeno cattivo… come Bixio. Niente. Mi conservo ragazzo, vivo alla giornata, amo il moto per muovermi, l’aria per respirarla. Morirò per morire, e tutto sarà finito.

C’era un tale, forse Rubinstein, che quando gli avevano chiesto se credeva in Dio aveva risposto: “Oh no, io credo… in qualcosa di molto più grande…” Ma c’era un altro (forse Chesterton?) che aveva detto: da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano più a nulla, credono a tutto.

Ho sempre sostenuto che il progetto Erasmus ha non solo valore intellettuale, ma anche sessuale, o se volete genetico. Mi è capitato di conoscere molti studenti e studentesse che, dopo un certo periodo trascorso all’estero, si sono sposati con una studentessa o uno studente locale. Se la tendenza s’intensifica, visto che poi nascerebbero figli bilingui, in una trentina d’anni potremmo avere una classe dirigente europea almeno bilingue. E non sarebbe poco.

La più grande rivoluzione politica fatta in Italia nell’ultimo secolo, la marcia su Roma, è stata fatta con il suo capo e organizzatore nella cuccetta di un treno.

Le preoccupazioni della stampa europea non sono dovute a pietà e amore per l’Italia ma semplicemente al timore che l’Italia, come in un altro infausto passato, sia il laboratorio di esperimenti che potrebbero stendersi all’Europa intera.

Quand’anche Gesù fosse – per assurdo – un personaggio inventato dagli uomini, il fatto che abbia potuto essere immaginato da noi bipedi implumi, di per sé sarebbe altrettanto miracoloso (miracolosamente misterioso) del fatto che il figlio di un Dio si sia veramente incarnato. Questo mistero naturale e terreno non cesserebbe di turbare e ingentilire il cuore di chi non crede.

Quanto ci si deve fidare di Wikipedia, allora? Dico subito che io mi fido perché la uso con la tecnica dello studioso di professione […] Ma io ho fatto l’esempio di uno studioso che ha imparato un poco come si lavora confrontando le fonti tra loro. E gli altri? Quelli che si fidano? I ragazzini che ricorrono a Wikipedia per i compiti scolastici? […] da gran tempo io avevo consigliato, anche a gruppi di giovani, di costituire un centro di monitoraggio di Internet, con un comitato formato da esperti sicuri, materia per materia, in modo che i vari siti fossero recensiti (o in linea, o con una pubblicazione a stampa) e giudicati quanto ad attendibilità e completezza.

Quella volta Belbo aveva perso il controllo. Almeno, come poteva perdere il controllo lui. Aveva atteso che Agliè fosse uscito e aveva detto tra i denti: «Ma gavte la nata.» Lorenza, che stava ancora facendo gesti complici di allegrezza, gli aveva chiesto che cosa volesse dire. «È torinese. Significa levati il tappo, ovvero, se preferisci, voglia ella levarsi il tappo. In presenza di persona altezzosa e impettita, la si suppone enfiata dalla propria immodestia, e parimenti si suppone che tale smodata autoconsiderazione tenga in vita il corpo dilatato solo in virtù di un tappo che, infilato nello sfintere, impedisca che tutta quella aerostatica dignità si dissolva, talché, invitando il soggetto a togliersi esso turacciolo, lo si condanna a perseguire il proprio irreversibile afflosciamento, non di rado accompagnato da sibilo acutissimo e riduzione del superstite involucro esterno a povera cosa, scarna immagine ed esangue fantasma della prisca maestà.»

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Quando la semiotica pone concetti come “segno”, non si comporta come una scienza; agisce come filosofia quando pone astrazioni come soggetto, bene e male, verità o rivoluzione.

Come ha potuto l’esercizio dell’inventiva e del gioco diventare una faccenda per specializzati (considerati d’altronde un po’ matti), a cui i sani sono ammessi solo come auditori passivi? Come può un artista che crede a quello che fa adattarsi ancora a produrre oggetti che altri guarderanno senza sapere come sono nati, invece di buttarsi in situazioni di partecipazione in cui gli altri imparino a fare gli oggetti con lui?

Ciò che è spesso apprezzato in molti simboli è esattamente la loro vaghezza, la loro apertura, la loro feconda inefficacia per esprimere un significato “finale”, in modo che con simboli e simboli si indichi ciò che è sempre fuori dalla propria portata.

Una semiotica generale trasforma, proprio per la sua tesi teorica, il suo stesso oggetto.

Penso che sia possibile delineare un elenco di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare Ur-Fascismo o Fascismo Eterno.

I segni non sono oggetti empirici.

Esiste nel nostro futuro un populismo televisivo o di Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può essere presentata e accettata come Voce del Popolo.

Così l’altra sera dovevo credere che il Piano fosse vero, altrimenti negli ultimi due anni sarei stato l’architetto onnipossente di un incubo maligno. Meglio che l’incubo fosse realtà, se una cosa è vera è vera, e tu non c’entri.

Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimo con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro.

La semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunto come un sostituto significante di qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso. In tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire.

Se la guardi perché è bella, e ne sei turbato (ma so che sei turbato, perché il peccato di cui la si sospetta te la rende ancora più affascinante), se la guardi e provi desiderio, perciostesso essa è una strega. Sta’ in guardia, figlio mio… La bellezza del corpo si limita alla pelle. Se gli uomini vedessero quello che è sotto la pelle, così come accade con la lince di Beozia, rabbrividirebbero alla visione della donna. Tutta quella grazia consiste di mucosità e di sangue, di umori e di bile. Se si pensa a ciò che si nasconde nelle narici, nella gola e nel ventre, non si troverà che lordume. E se ti ripugna toccare il muco o lo sterco con la punta del dito, come mai potremmo desiderare di abbracciare il sacco stesso che contiene lo sterco?

Quando entra in gioco il possesso delle cose terrene, è difficile che gli uomini ragionino secondo giustizia.

Leggere la finzione significa giocare a un gioco in cui diamo senso all’immensità delle cose che sono successe, stanno accadendo o accadranno nel mondo reale. Leggendo la narrativa, sfuggiamo all’ansia che ci attacca quando proviamo a dire qualcosa di vero sul mondo. Questa è la funzione consolante della narrativa – il motivo per cui le persone raccontano storie e hanno raccontato storie dall’inizio dei tempi.

Ci sono momenti magici, che coinvolgono grande stanchezza fisica e intensa eccitazione motoria, che producono visioni di persone conosciute in passato. Come ho appreso più tardi dal delizioso piccolo libro dell’Abbé de Bucquoy, ci sono anche visioni di libri non ancora scritti.

Vedi tu questa cappa di sofismi della quale sono stato vestito sino ad oggi? Questa mi grava e pesa come avessi la maggior torre di Parigi o la montagna del mondo in su le spalle e mai la potrò più porre giù. E questa pena m’è data dalla divina giustizia per la mia vanagloria, per aver creduto il mio corpo un luogo di delizie, e per aver supposto di sapere più degli altri, e per l’essermi dilettato di cose mostruose che hanno prodotto cose ben più mostruose nell’interno dell’anima mia – e ora con esse dovrò vivere in eterno.

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“Lì, Maestro Niketa – disse Baudolino – quando non ero in preda alle tentazioni di questo mondo, dedicai le mie notti a immaginare altri mondi. Non c’è niente di meglio che immaginare altri mondi”, mi disse,”per dimenticare quello doloroso in cui viviamo. Almeno così ho pensato allora. Non mi ero ancora reso conto che, immaginando altri mondi, finisci per cambiare questo.

Immaginarsi come elemento necessario nell’ordine dell’universo equivale, per noi gente di buone letture, a quello che è la superstizione per gli illetterati. Non si cambia il mondo con le idee. Le persone con poche idee sono meno soggette all’errore, seguono ciò che fanno tutti e non disturbano nessuno, e riescono, si arricchiscono, raggiungono buone posizioni, deputati, decorati, umini di lettere rinomati, accademici, giornalisti. Si può essere sciocchi quando si fanno così bene i propri affari? Lo sciocco sono io, che ho voluto battermi coi mulini a vento.

Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. Questa biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene, ma ora vive per seppellirli. Per questo è diventata fomite di empietà.

Perché Cesare prima di morire ebbe tempo di dire “Tu quoque, Brute”? Perché a vibrargli la pugnalata fatale non fu Marcelino Menendez y Pelayo.

Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie: chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera, e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza. L’identità nazionale è l’ultima risorsa dei diseredati. Ora il senso dell’identità si fonda sull’odio, sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala.

È sempre meglio che chi ci incute paura abbia più paura di noi.

Ora il senso dell’identità si fonda sull’odio, sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala. Per questo Cristo è stato ucciso: parlava contro natura. Non si ama qualcuno per tutta la vita, da questa speranza impossibile nascono adulterio, matricidio, tradimento dell’amico… Invece si può odiare qualcuno per tutta la vita. Purché sia sempre là a rinfocolare il nostro odio. L’odio riscalda il cuore.

Sono entrato nella vita sapendo che la legge è di uscirne. Come aveva detto Saint-Savin, si impersona la propria parte, chi più a lungo, chi più in fretta, e si esce di scena. Me ne sono visti molti passar davanti, altri mi vedranno passare, e daranno lo stesso spettacolo ai loro successori. D’altra parte, per quanto tempo non sono stato, e per quanto non sarò più! Occupo uno spazio ben piccolo nell’abisso degli anni. Questo piccolo intervallo non riesce a distinguermi dal niente in cui dovrò andare. Non sono venuto al mondo che per far numero. La mia parte è stata così piccola che, anche se fossi rimasto dietro alle quinte, tutti avrebbero detto lo stesso che la commedia era perfetta. È come in una tempesta: gli uni annegano subito, altri si spezzano contro uno scoglio, altri rimangono su un legno abbandonato, ma non per molto anch’essi. La vita si spegne da sola, come una candela che ha consumato la sua materia. E ci si dovrebbe essere abituati, perché come una candela abbiamo cominciato a disperdere atomi sin dal primo momento che ci siamo accesi. Non è una gran sapienza sapere queste cose, d’accordo. Dovremmo saperle dal momento che siamo nati. Ma di solito riflettiamo sempre e soltanto sulla morte degli altri. EH sì, tutti abbiamo abbastanza forza per sopportare i mali altrui. Poi viene il momento che si pensa alla morte quando il male è nostro, e allora ci si accorge che né il sole né la morte si possono guardare fissi. A meno che non si abbiano avuti dei buoni maestri.

L’Ordine o lo si ride dal di dentro o lo si bestemmia dal di fuori; o si finge di accettarlo per farlo esplodere, o si finge di rifiutarlo per farlo rifiorire in altre forme; o si è Rabelais o si è Cartesio.

Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità. Auguri.

Chi ride è malvagio solo per chi crede in ciò di cui si ride. Ma chi ride, per ridere, e per dare al suo riso tutta la sua forza, deve accettare e credere, sia pure tra parentesi, ciò di cui ride, e ridere dal di dentro, se cosí si vuol dire, se no il riso non ha valore. Ridere del piegabaffi, oggi, è un gioco da ragazzi; ridete dell’usanza di radersi, e poi discuteremo. Chi ride deve dunque essere figlio di una situazione, accettarla in toto, quasi amarla, e quindi, da figlio infame, farle uno sberleffo. (Franti a parte, solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire. E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere). Tale è Franti. Dall’interno idilliaco della terza classe in cui alligna Enrico Bottini, egli irraggia il suo riso distruttore; e chi si aggrappa a ciò che egli distrugge, lo chiama infame.

Imponendo un contegno esteriore, gli abiti sono artifici semiotici ovvero macchine per comunicare.

La Lyndon Johnoson Library è una Fortezza della Solitudine: camera delle meraviglie, esempio ingenuo di narrative-art, museo delle cere, caverna degli automi. E lascia capire come esista una costante dell’immaginazione e del gusto americano medio, per cui il passato deve essere conservato e celebrato in forma di copia assoluta, formato reale, scala uno a uno: una filosofia della immortalità come duplicazione.

[Per le elezioni politiche del 1963] Se la Dc, per forza grammaticale, è donna, come è che una donna può piacere? Ma se è bella e giovane, e cioè se è scopabile […] Dunque facciamo una Dc fanciulletta; naturale che dovrà essere una fanciulletta per bene col mazzolin di fiori; al postutto il messaggio si rivolge ai buoni cattolici. Ma al di sotto, l’allusione è sessuale, ovvero è fallocentrica, e non ci è sfuggito neppure l’ufficio propaganda del più sessuofobo partito d’Italia.

Più tardi Lia mi avrebbe detto: “Tu vivi di superfici. Quando sembri profondo è perché ne incastri molte, e combini l’apparenza di un solido – un solido che se fosse solido non potrebbe stare in piedi.” “Stai dicendo che sono superficiale?” “No,” mi aveva risposto, “quello che gli altri chiamano profondità è solo un tesseract, un cubo tetradimensionale. Entri da un lato, esci dall’altro, e ti trovi in un universo che non può coesistere col tuo.

umberto eco frasi internet

Siamo animali tra gli animali, figli entrambi della materia, salvo che siamo più disarmati. Ma poiché a differenza delle bestie sappiamo che dobbiamo morire, prepariamoci a quel momento godendo della vita che ci è stata data dal caso e per caso. La saggezza ci insegni a impiegare i nostri giorni per bere e conversare amabilmente, come si conviene ai gentiluomini, disprezzando le anime vili.

Una celebrante salì su un dolmen e soffiò in una tromba. Pareva, più ancora di quella che avevamo visto qualche ora prima, una buccina da marcia trionfale dell’Aida. Ma ne usciva un suono feltrato e notturno, che sembrava venire da molto lontano. Belbo mi toccò il braccio: È il ramsinga, il ramsinga dei thugs presso il baniano sacro…

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

Mentre il comico è la percezione dell’opposto, l’umorismo ne è il sentimento.

Nel suo genere c’è un dio. C’è il genere che c’è merda.

L’assenza è all’amore come il vento al fuoco: spegne il piccolo, fa avvampare il grande.

Le regole per scrivere bene (adattate da Umberto Eco)
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

Una volta un tale che doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia.

Il vero è tanto più gradito quanto sia ispido di difficoltà, e più stimata è la rivelazione che assai ci sia costata.

«Scrivevo?» «Niente di tuo. Sono un genio sterile, dicevi, a questo mondo o si legge o si scrive, gli scrittori scrivono per disprezzo verso i colleghi, per avere ogni tanto qualche cosa di buono da leggere.

Chi sia codesto Enrico è sin troppo risaputo: di mediocre intelletto (non si sa che voti prenda né se riesca promosso a fine anno), oppresso sin dalla piú tenera infanzia da un padre, da una madre e da una sorella che gli scrivono nottetempo, come sicari dell’OAS, lettere pressoché minatorie sul suo diario, egli vive continuamente immerso in umbratili complessi, un po’ diviso tra l’ammirazione prona per un Garrone che non perde occasione per far della bassa retorica elettorale […] e d’altro lato una sorta di attrazione omosessuale per il Derossi, che è «il piú bello di tutti», scuote i capelli biondi, prende il primo premio, si fa baciare dal giovane calabrese e sembra insomma certi personaggi dei libri di Arbasino. Tra questi poli è l’Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell’ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo, e in cui l’ideologia dolciastra stava alla lotta di classe come il repubblicanesimo di Carducci alla rivoluzione francese (odi alla regina Margherita, nonne e cipressi che a alti e schietti, ma repubblica, ciccia)

Con Cusano si delinea l’immagine di un universo infinitamente aperto che ha il centro dappertutto e la circonferenza in nessun luogo. Dio, in quanto infinito, supera ogni limitazione e ogni opposizione. A mano a mano che si aumenta il diametro di un cerchio, diminuisce la sua curvatura, e al limite una circonferenza infinita diventa una retta infinita: in Dio si ha la coincidenza degli opposti. Se l’universo avesse un centro, sarebbe limitato da un altro universo. Ma nell’universo Dio è centro e circonferenza. La terra non può essere il centro dell’universo.

Qual è stato il lievito che qualcuno, o la sorte, o il diavolo ha immesso nel corpo ancora sano delle conventicole dei templari e dei liberi muratori per farne lievitare la più diabolica delle sette di tutti i tempi?

C’è una nota storiella che narra come due cani si incontrino a Mosca; l’uno è grasso e ben pasciuto, l’altro magro e affamato. Il cane affamato domanda all’altro: “come fai a trovare da mangiare?” e l’altro, con abilità zoosemiotica, risponde: “facilissimo. Ogni mattina a mezzogiorno vado all’Istituto Pavlov e mi metto a sbavare; ed ecco che a quel punto arriva uno scienziato condizionato che suona un campanello e mi porta un piatto di zuppa”.

Questo è il bello dell’anarchia di Internet. Chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza.

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E e Nobis, che doveva avere possedimenti in campagna, e già da piccolo dava dello straccione ai figli di carbonai, agrario fiancheggiatore delle squadre, sicuramente era già federale. C’è da sperare che il muratorino e il Precossi si fossero almeno presi il loro olio di ricino e tramassero nell’ombra; e forse Stardi, sgobbone com’era, si era letto tutto il Capitale, senonaltro per puntiglio, e quindi qualcosa aveva capito; ma Garoffi di certo si era allineato e non faceva politica, e Coretti, con quel padre che gli passava calda calda la carezza del Re, chissà che non facesse la guardia d’onore all’Uomo della Provvidenza.

Ma non vi è nulla di più inedito di ciò che è già stato pubblicato.

Vai via ora,” mi disse in fretta, “ti ho detto quello che volevi sapere. Di qui il coro degli angeli, di là la gola dell’inferno.

La verità è una giovinetta tanto bella quanto pudica e perciò va sempre avvolta nel suo mantello.

La saggezza non sta nel distruggere gli idoli, sta nel non crearne mai.

La cultura è un’alternanza continua tra la libera presa di parola e la critica di questa presa di parola.

Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie: chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera, e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza. L’identità nazionale è l’ultima risorsa dei diseredati.

Talora la barzelletta oscena (come d’altra parte quella non oscena) è una forma d’arte, una variazione dell’epigramma o della satira antica: ve ne sono alcune che sono piccoli capolavori teatrali o verbali.

È noto che i piselli sono inafferrabili – ed è per questo che neppure i grandi cuochi sono capaci di fare i piselli ripieni – specie se ci si ostina, come impone l’etichetta, a mangiarli con la forchetta e non con il cucchiaio. Non ditemi che sono peggio i cinesi perché assicuro che è più facile afferrare un pisello con le bacchette che infilzarlo con la forchetta. È anche inutile obiettare che con le forchette i piselli non si infilzano ma si raccolgono, perché le forchette son sempre disegnate al solo fine di far cadere i piselli che fingono di raccogliere.

Il bello di un procedimento scientifico è che esso non fa mai perdere tempo agli altri: anche lavorare sulla scia di una ipotesi scientifica per scoprire poi che bisogna confutarla significa avere fatto qualcosa di utile sotto l’impulso di una proposta precedente.

Uno degli aspetti positivi della felix culpa è che, se Adamo non peccava, non avrebbe dovuto guadagnarsi il pane col sudore della fronte, e a gingillarsi tutto il giorno nell’Eden sarebbe rimasto uno zuzzurellone. Dal che emerge la provvidenzialità del Serpente.

Viene un momento in cui qualcosa si spezza dentro, e non si ha più né energia né volontà. Dicono che bisogna vivere, ma vivere è un problema che alla lunga conduce al suicidio.

Quando i veri nemici sono troppo forti, bisogna pur scegliere dei nemici più deboli. Riflettei che per questo i semplici son detti tali. Solo i potenti sanno sempre con grande chiarezza chi siano i loro nemici veri.

Per non apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora. Lasciami pensare sino a domani, almeno.

Chi ha detto che hanno abusato dei due grandi narcotici europei, l’alcool e il cristianesimo?

frase umberto eco

Dovrete imparare a fare con la parola arguta quello che non potete fare con la parola aperta; a muovervi in un mondo, che privilegia l’apparenza, con tutte le sveltezze dell’eloquenza, a esser tessitore di parole di seta. Se gli strali trafiggono il corpo, le parole possono trapassare l’anima.

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità.

La scuola deve insegnare ad analizzare e discutere i parametri su cui si reggono le nostre affermazioni passionali.

Il cellario non rispose, ma il suo silenzio era abbastanza eloquente.

Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? E fu per questo che rinunciai a quella attività [di inquisitore]. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.

Il bello di un procedimento scientifico è che esso non fa mai perdere tempo agli altri: anche lavorare sulla scia di una ipotesi scientifica per scoprire poi che bisogna confutarla significa avere fatto qualcosa di utile sotto l’impulso di una proposta precedente.

Gli uomini non fanno mai il male così completamente ed entusiasticamente come quando lo fanno per convinzione religiosa.

Noi usiamo continuamente la parola “bello” per dire “una bella bistecca”, “una bella giornata”, “una bella notte d’amore”, “un bel bambino”, e così via. Vedete quindi che ci troviamo in un intrico di problemi, come già sa chi studia estetica. Alla fine mi sono accorto che noi, per muoverci nel mondo, giochiamo su pochissimi aggettivi (bello, brutto, buono, cattivo) coi quali copriamo tutto. Proprio per questo, in filosofia, quando uno deve definire cos’è il buono, cos’è il male, cos’è il bello, ci passa la vita o i secoli!

Tutte le eresie sono bandiera di una realtà dell’esclusione. Gratta l’eresia, troverai il lebbroso. Ogni battaglia contro l’eresia vuole solamente questo: che il lebbroso rimanga tale. Quanto ai lebbrosi cosa vuoi chiedere loro? Che distinguano nel dogma trinitario o nella definizione dell’eucarestia quanto è giusto e quanto è sbagliato? Suvvia Adso, questi sono giochi per noi uomini di dottrina. I semplici hanno altri problemi. E bada, li risolvono tutti nel modo sbagliato. Per questo diventano eretici.

Emendarsi di continuo è pratica raccomandabile, a cui spesso mi attengo – ai limiti della schizofrenia. Ma ci sono casi in cui non si deve far mostra di avere cambiato idea solo per dimostrare che si è à la page.

Le grandi elaborazioni teoriche nascono sempre in epoche di restaurazione, si può essere Hegel quando la rivoluzione francese è già liquidata, ma prima che la rivoluzione esploda (e durante) ci vuole l’Enciclopedia di Diderot, con la sua attenzione al lavoro umano e alla vita di tutti i giorni, la sua critica corrosiva del quotidiano e della cultura precedente, e ci vogliono i volantini, le stampe di colportage, i pamphlets.

La Chiesa cattolica apostolica romana è un organismo formatosi negli ultimi secoli dell’impero romano che ha trovato la sua definizione teologica, politica e organizzativa proprio nel Medioevo (e la Controriforma ne ha dato solo un puro adeguamento tattico alle esigenze del tempo). La Chiesa cattolica, quella buona, è quella di Pio XII. Tutti gli altri tentativi di modernizzazione non hanno nulla a che vedere col cattolicesimo, che è una cosa diversa. Sono eresie. Non si può giocare sui termini e confondere il cristianesimo col cattolicesimo. Il cattolicesimo è “un” cristianesimo. I cattolici che aspirano a un cristianesimo al passo coi tempi e vogliono un cattolicesimo purificato, sono dei dogmatici che identificano il cattolicesimo con l’unico cristianesimo possibile; e sono degli incontentabili perché vogliono essere cristiani e non perdere il cattolicesimo “storico”. Una pretesa offensiva sia per il mondo contemporaneo che per la Chiesa.

I filosofi sono specializzati nel formulare domande di cui non conoscono le risposte, mentre un pastore d’anime è per definizione colui che ha sempre la risposta giusta. Fortunatamente.

Un monaco dovrebbe certo amare i suoi libri con umiltà, volendo il ben loro e non la gloria della propria curiosità: me quello che per i laici è la tentazione dell’adulterio e per gli ecclesiastici regolari è la brama di richezze, questa per i monaci è la seduzione della conoscenza.

Parliamo dunque di lavoro intellettuale per definire l’attività di chi lavora più con la mente che con le mani, e proprio per distinguere il lavoro intellettuale da quella che chiameremo funzione intellettuale. […] La funzione intellettuale si svolge dunque per innovazione ma anche attraverso la critica del sapere o delle pratiche precedenti, e soprattutto attraverso la critica del proprio discorso.

umberto eco aforismi

In questa terra dove da secoli non accadeva niente, è arrivato Garibaldi coi suoi. Non è che la gente di qui partecipi per lui, né che tenga ancora per il re che Garibaldi sta detronizzando. Semplicemente sono come ubriacati del fatto che sia accaduto qualcosa di diverso. E ciascuno interpreta la diversità a modo suo. Forse questo gran vento di novità è solo uno scirocco che li addormenterà di nuovo tutti.

La lingua dell’Europa è la traduzione.

Non credo che Benedetto XVI sia un grande filosofo, né un grande teologo, anche se generalmente viene rappresentato come tale. Le sue polemiche, la sua lotta contro il relativismo sono, a mio avviso, semplicemente molto grossolane, nemmeno uno studente della scuola dell’obbligo le formulerebbe come lui. La sua formazione filosofica è estremamente debole.

Un romanzo […] è una macchina per generare interpretazioni.

La divina provvidenza ha ordinato che il governo universale, che all’inizio del mondo era in oriente, man mano che il tempo si avvicina si spostasse verso occidente, per avvertirci che la fine del mondo si approssima, perché il corso degli avvenimenti ha già raggiunto il limite dell’universo. Ma sino a che non scada definitivamente il millennio, fino a che non trionfi, sia pure per poco, la bestia immonda che è l’Anticristo, sta a noi difendere il tesoro del mondo cristiano.

I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti, se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte, il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti.

Inoltre qualcuno aveva scoperto che nei primi manoscritti del De contemptu mundi di Bernardo Morliacense, da cui ho tratto l’esametro “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, si leggeva invece “stat Roma pristina nomine” – che dopo tutto è più coerente con il resto del poema che parla della perduta Babilonia. Così, se mi fossi imbattuto in un’altra versione del poema di Bernardo Morliacense, il titolo del mio romanzo avrebbe potuto essere Il nome di Roma (che in tal modo avrebbe acquisito delle sfumature fasciste).

L’unico modo per riconoscere se un libro sui Templari è serio è controllare se finisce col 1314, data in cui il loro Gran Maestro viene bruciato sul rogo.

Ora penso invece che il mondo sia un enigma benigno, che la nostra follia rende terribile perché pretende di interpretarlo secondo la propria verità.

Io non vi dico di prepararvi all’altra vita, ma di usare bene quest’unica vita che vi è data, per affrontare quando verrà, l’unica morte di cui avrete mai esperienza. È necessario meditare prima, e molte volte, sull’arte del morire, per riuscire a farlo bene una sola volta.

L’insinuazione efficace è quella che riferisce fatti di per sé privi di valore, ancorché non smentibili perché veri.

Anche qui, come se la cosa l’avessimo inventata noi, era intervenuta a favore di Diana una mistica carmelitana di Lisieux in odore di santità malgrado la sua giovane età. Questa suor Teresa del Bambino Gesù e del Santo Volto, avendo ricevuto copia delle memorie di Diana convertita, si era talmente commossa per questa creatura da inserirla come personaggio in una sua operetta teatrale, scritta per le consorelle, Il trionfo dell’Umiltà, dove c’entrava persino Giovanna d’Arco.

Dove sta tutta la mia saggezza? Mi sono comportato da ostinato, inseguendo una parvenza di ordine, quando dovevo sapere bene che non vi è un ordine nell’universo.» «Ma immaginando degli ordini errati avete pur trovato qualcosa…» «Hai detto una cosa molto bella, Adso, ti ringrazio. L’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o una scala, che si costruisce per raggiungere qualcosa. Ma dopo si deve gettare la scala, perché si scopre che, se pure serviva, era priva di senso.

La televisione di Stato è carismatica per eccellenza: il pubblico e i giornali rimangono sconvolti e affascinati da quello che avviene sulle tre reti nazionali, mentre da Berlusconi può avvenire qualsiasi cosa. Se Baudo sulla Rete Uno parla male del suo presidente, entra in crisi il sistema politico nazionale, ma Baudo da Berlusconi potrebbe bestemmiare in prima serata, e protesterebbe al massimo il prevosto della parrocchia all’angolo.

Ogni cultura assimila elementi di culture vicine o lontane, ma poi si caratterizza per il modo in cui li fa propri.

umberto eco poesie

All’università (allora, ma credo ancor oggi) le cose vanno all’opposto del mondo normale, non sono i figli che odiano i padri ma i padri che odiano i figli.

Variante. Tu sei un autore, non sai ancora quanto grande, colei che amavi ti ha tradito, la vita per te non ha più senso e un giorno, per dimenticare, fai un viaggio sul Titanic e naufraghi nei mari del sud, ti raccoglie (unico superstite) una piroga di indigeni e passi lunghi anni ignorato da tutti, su di un’isola abitata solo da papuasi, con le ragazze che ti cantano canzoni di intenso languore, agitando i seni appena coperti dalla collana di fiori di pua. Cominci ad abituarti, ti chiamano Jim, come fanno coi bianchi, una ragazza dalla pelle ambrata ti si introduce una sera nella capanna e ti dice: “Io tua, io con te.” In fondo è bello, la sera, stare sdraiato sulla veranda a guardare la Croce del Sud mentre lei ti accarezza la fronte. Vivi secondo il ciclo delle albe e dei tramonti, e non sai d’altro. Un giorno arriva una barca a motore con degli olandesi, apprendi che sono passati dieci anni, potresti andare via con loro, ma esiti, preferisci scambiare noci di cocco con derrate, prometti che potresti occuparti della raccolta della canapa, gli indigeni lavorano per te, tu cominci a navigare da isolotto a isolotto, sei diventato per tutti Jim della Canapa. Un avventuriero portoghese rovinato dall’alcool viene a lavorare con te e si redime, tutti parlano ormai di te in quei mari della Sonda, dai consigli al marajà di Brunei per una campagna contro i dajaki del fiume, riesci a riattivare un vecchio cannone dei tempi di Tippo Sahib, caricato a chiodaglia, alleni una squadra di malesi devoti, coi denti anneriti dal betel in uno scontro presso la Barriera Corallina il vecchio Sampan, i denti anneriti dal betel, ti fa scudo col proprio corpo – Sono contento di morire per te, Jim della Canapa. – Vecchio, vecchio Sampan, amico mio. Ormai sei famoso in tutto l’arcipelago tra Sumatra e Port-au-Prince, tratti con gli inglesi, alla capitaneria del di Darwin sei registrato come Kurtz, e ormai sei Kurtz per tutti – Jim della Canapa per gli indigeni. Ma una sera, mentre la ragazza ti accarezza sulla veranda e la Croce del Sud sfavilla come non mai, ahi quanto, diversa dall’Orsa, tu capisci: vorresti tornare. Solo per poco, per vedere che cosa sia rimasto di te, laggiù. Prendi la barca a motore, raggiungi Manila, di là un aereo a elica ti porta a Bali. Poi Samoa, Isole dell’Ammiragliato, Singapore, Tananarive, Timbuctu, Aleppo, Samarcanda, Bassora, Malta e sei a casa. Sono passati diciott’anni, la vita ti ha segnato, il viso è abbronzato dagli alisei, sei più vecchio, forse più bello. Ed ecco che appena arrivato scopri che le librerie ostentano tutti i tuoi libri, in riedizioni critiche, c’è il tuo nome sul frontone della vecchia scuola dove hai imparato a leggere e a scrivere. Sei il Grande Poeta Scomparso, la coscienza della generazione. Fanciulle romantiche si uccidono sulla tua tomba vuota. E poi incontro te, amore, con tante rughe intorno agli occhi, e il volto ancora bello che si strugge di ricordo, e tenero rimorso. Quasi ti ho sfiorata sul marciapiede, sono là a due passi, e tu mi hai guardato come guardi tutti, cercando un altro oltre la loro ombra. Potrei parlare, cancellare il tempo. Ma a che scopo? Non ho già avuto quello che volevo? Io sono Dio, la stessa solitudine, la stessa vanagloria, la stessa disperazione per non essere una delle mie creature come tutti. Tutti che vivono nella mia luce e io che vivo nello scintillio insopportabile della mia tenebra.

La scienza di quelle soluzioni che, se uno non si affretta a immaginarle per malvagità e malizia, saranno ben presto immaginate da qualcuno, e sul serio, e senza malizia […] la cacopedia ha il fine, santamente ignobile, di porre freni all’immaginazione umana e di mandare a vuoto numerosi futuri concorsi a cattedre universitarie.

Vero Lettore è chi capisce che il segreto di un testo è il suo stesso vuoto.

Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio.

Non molto tempo fa, se volevi impadronirti del potere politico in un paese, dovevi semplicemente controllare l’esercito e la polizia. Oggi è solo nei paesi più arretrati che i generali fascisti, nell’esecuzione di un colpo di stato, usano ancora i carri armati.

Come soggetti, siamo ciò che la forma del mondo prodotta dai segni ci fa diventare. Forse siamo, da qualche parte, il profondo impulso che genera semiosi. Eppure ci riconosciamo solo come semiosi in corso, significando sistemi e processi comunicativi.

Interessati dal solipsismo costitutivo, le filosofie possono dire tutto sul mondo che progettano e molto poco sul mondo che aiutano a costruire.

Una civiltà democratica si salverà da sola solo se trasforma il linguaggio dell’immagine in uno stimolo alla riflessione critica, non in un invito all’ipnosi.

I saggi critici vengono letti e giudicati da altri critici e raramente dall’artista analizzato, che o non è abbonato alla rivista o è già morto da due secoli.

Esiste una società segreta con ramificazioni in tutto il mondo, che complotta per diffondere la voce che esiste un complotto universale.

La decadenza dei costumi non sta in ciò che fanno Lady D e l’amante, ma nel fatto che i lettori paghino per farselo raccontare.

Dov’è che due treni che s’incrociano non ripartono entrambi dopo essere arrivati?

Gli Adepti del Velame ricordano qualcuno che sentendosi dire: “Signore, lei è un ladro, mi creda!”, reagisca con: “Che cosa intende con ’mi creda’? Vuol forse insinuare che io sia diffidente?

L’ambiguità delle nostre lingue, la naturale imperfezione dei nostri idiomi, non rappresentano il morbo postbabelico dal quale l’umanità deve guarire, bensì la sola opportunità che Dio aveva dato ad Adamo, l’animale parlante. Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione.

aforismi umberto eco

Il grande problema della scuola oggi è insegnare ai giovani a filtrare le informazioni di Internet, cosa di cui non sono però capaci neppure i professori, perché sono neofiti in questo campo.

[Sull’ateo] […] figura la cui psicologia mi sfugge, perché kantianamente non vedo come si possa non credere in Dio, e ritenere che non se ne possa provare l’esistenza, e poi credere fermamente all’inesistenza di Dio, ritenendo di poterla provare […].

La lezione principale di Bobbio […] è stata che l’intellettuale svolge la propria funzione critica e non propagandistica solo (o anzitutto) quando sa parlare contro la propria parte.

La paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie. Berlusconi ha passato tutte le sue campagne elettorali a parlare di doppia cospirazione, dei giudici e dei comunisti. Non ci sono più comunisti in circolazione, nemmeno a cercarli col lanternino, eppure per Berlusconi stavano tentando di conquistare il potere…

Il calcio è un rituale in cui i diseredati bruciano l’energia combattiva e la voglia di rivolta.

Il diavolo non è il principe della materia; il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non è mai presa dal dubbio. Il diavolo è triste perché sa dove sta andando e, muovendosi, ritorna sempre da dove viene.

Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri.

Non ogni semiotica specifica può affermare di essere come una scienza naturale. In effetti, ogni semiotica specifica è al massimo una scienza umana e tutti sanno quanto controversa sia ancora tale nozione.

Il fascismo è diventato un termine per tutti gli usi perché si può eliminare da un regime fascista una o più caratteristiche, e sarà ancora riconoscibile come fascista.

[George Orwell] Le pagine sulla tortura, sul sottile legame d’amore che lega il torturato al torturatore, le avevamo già lette da qualche altra parte, se non altro in Sade. L’idea che la vittima di un processo ideologico debba non solo confessare, ma pentirsi, convincersi del suo errore e amare sinceramente i suoi persecutori, identificarsi con essi (e che solo a quel punto valga la pena di ucciderla), Orwell ce la presenta come nuova, ma non è vero: è pratica costante di tutte le inquisizioni che si rispettino. Eppure ad un certo punto indignazione ed energia visionaria prendono la mano all’autore e lo fanno andare al di là della “letteratura”, così che Orwell non scrive soltanto un’opera di narrativa, ma un cult book, un libro mitico. Le pagine sulla tortura di Winston Smith sono terribili, hanno una grandezza cultuale, appunto, e la figura del suo persecutore ci prende alla gola, perché anche costui abbiamo già conosciuto da qualche parte, sia pure travestito, e a qualche liturgia noi abbiamo già in qualche modo partecipato, e temiamo che improvvisamente il persecutore si riveli e ci appaia al fianco, o dietro, o davanti, e ci sorrida con infinita tenerezza.

Il che m’indurrebbe a riflettere su come, in questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo, esistano ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura. Come faranno mai a intendersi due popoli di cui uno ignora Totò?

Il fascismo è diventato un termine per tutti gli usi perché si possono eliminare da un regime fascista una o più caratteristiche, e sarà ancora etichettabile come fascista.

Le filosofie possono essere giudicate, al massimo, sulla base della perspicacia con cui decidono che qualcosa è degno di diventare il punto di partenza per un’ipotesi esplicativa globale.

Alla base della psicologia ur-fascista c’è l’ossessione per una trama, forse internazionale. I seguaci devono sentirsi assediati.

Bene e male sono clausole teoriche secondo le quali, con una decisione filosofica, molti istanti sparsi dei fatti o degli atti più diversi diventano la stessa cosa.

frasi di umberto eco

Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati ad attaccare la cultura moderna e l’intellighenzia liberale per aver tradito i valori tradizionali.

Scholem afferma che i mistici ebrei hanno sempre cercato di proiettare il proprio pensiero nei testi biblici; di fatto, ogni lettura inesprimibile di un meccanismo simbolico dipende da un simile atteggiamento proiettivo.

La semiosi è, secondo Peirce, “un’azione o influenza, che è, o implica, un’operazione di tre soggetti, come un segno, il suo oggetto e il suo interpretante, questa influenza tri-relativa non può essere in alcun modo risolvibile in un’azione tra coppie “.

Il segno è un gesto prodotto con l’intenzione di comunicare, cioè per trasmettere la propria rappresentazione o stato interiore ad un altro essere.

Emendarsi di continuo è pratica raccomandabile, a cui spesso mi attengo – ai limiti della schizofrenia. Ma ci sono casi in cui non si deve far mostra di avere cambiato idea solo per dimostrare che si è à la page. Anche nel campo delle idee, non sempre la monogamia è necessariamente segno di un’assenza di libido.

L’illimitatezza del senso di un testo è dovuta alle combinazioni libere dei suoi significanti, che in quel testo sono collegati in maniera casuale ma che potrebbero anche essere combinate in modo diverso.

Dobbiamo aiutarci a vicenda, visto che Dio non ci aiuta. Vedi quanto è stata grande l’idea di Gesù? Immagina quanto deve aver irritato Dio. Dimentica il diavolo, Gesù era l’unico vero nemico di Dio, ed è l’unico amico che noi poveri poveri abbiamo.

Tornerai
da me…
È scritto tra le stelle, vedi,
tornerai.
Tornerai,
è un dato di fatto
che sono forte perché
credo in te.

L’identità nazionale è l’ultimo bastione degli espropriati. Ma il significato dell’identità si basa ora sull’odio, sull’odio per coloro che non sono gli stessi.

C’è solo una cosa che stimola gli animali più del piacere, ed è il dolore. Sotto tortura sei come sotto il dominio di quelle erbe che producono visioni. Tutto ciò che hai sentito dire, tutto ciò che hai letto ritorna alla tua mente, come se fossi trasportato, non verso il paradiso, ma verso l’inferno. Sotto tortura dici non solo ciò che l’inquisitore vuole, ma anche ciò che immagini potrebbe fargli piacere, perché si è stabilito un legame (questo, veramente, diabolico) tra te e lui.

“Quell’uomo è strano”, ho osato dire a William.
“È, o è stato, per molti versi un grande uomo. Ma proprio per questo è strano. Sono solo i piccoli che sembrano normali”.

L’ur-fascismo si basa su un populismo selettivo, un populismo qualitativo, si potrebbe dire.

Le entità filosofiche esistono solo nella misura in cui sono state poste filosoficamente. Al di fuori della loro struttura filosofica, i dati empirici che una filosofia organizza perdono ogni possibile unità e coesione.

Del resto la fotocopia è uno strumento di estrema utilità, ma molte volte costituisce anche un alibi intellettuale: cioè uno, uscendo dalla biblioteca con un fascio di fotocopie, ha la certezza che non potrà di solito mai leggerle tutte, non potrà neanche poi ritrovarle perché incominciano a confondersi tra di loro, ma ha la sensazione di essersi impadronito del contenuto di quei libri. Prima della xerociviltà costui si faceva lunghe schede a mano in queste enormi sale di consultazione e qualcosa gli rimaneva in testa. Con la nevrosi da fotocopia c’è il rischio che si perdano giornate in biblioteca a fotocopiare libri che poi non vengono letti.

Il teatro è anche finzione solo perché è anzitutto segno.

frasi umberto eco

La presenza sminuisce la fama, mentre la lontananza l’accresce: le qualità perdono lucentezza se si toccano troppo, mentre la fantasia giunge più lontano della vista.

Una filosofia ha un potere pratico: contribuisce al cambiamento del mondo.

L’amore cresce in attesa. L’aspettativa passeggia attraverso gli spaziosi campi del Tempo verso le Opportunità.

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. […] cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abandonare questa valle di coglioni?” Critone mi ha allora domandato: “Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?” Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione. Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire. […] È naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena

L’interpretazione delle metafore si sposta dall’univocità delle catacresi alle possibilità aperte offerte dalle metafore inventive.

Credo che alla fine si arrivi al punto in cui non c’è più alcuna differenza tra sviluppare l’abitudine di fingere di credere e sviluppare l’abitudine di credere.

È stato imbarazzante, rivisitare un mondo mai visto prima: come tornare a casa, dopo un lungo viaggio, a casa di qualcun altro.

Una mistica è un’isterica che ha incontrato il suo confessore prima del suo dottore.

Cos’è la filosofia? Scusate il mio conservatorismo banale, ma non trovo ancora di meglio che la definizione che ne dà Aristotele nella Metafisica: è la risposta a un atto di meraviglia.

New Orleans non è presa dalla nevrosi di un passato negato, regala ricordi con la disinvoltura del gran signore, non ha bisogno di inseguire la “”real thing””. Altrove invece il desiderio spasmodico del Quasi Vero nasce solo come reazione nevrotica al vuoto dei ricordi, il Falso Assoluto è figlio della coscienza infelice del presente senza spessore.

Quali sono le zone di ipersensibilità della società italiana? Bisognerebbe proprio chiederselo, perché è lì che la battaglia andrebbe condotta. Ma noi non abbiamo avuto i Padri Pellegrini, e che un presidente del consiglio menta non scandalizza nessuno. Che un generale perda una guerra, dopo che abbiamo avuto Carlo Alberto, Persano e gli artefici di Caporetto, sembra quasi umano. Non ci scandalizzeremo nemmeno per qualche bustarella, una concussioncella, un pastrocchio valutario, una evasioncella fiscale. Siamo uomini, tutti abbiamo le nostre debolezze. E allora? Allora bisognerebbe chiedersi chi e che cosa riesca ancora a scandalizzare gli italiani, senza speranza di perdono. E la risposta è preoccupante. Nell’ordine sono: 1) il cornuto contento; 2) l’impotente beffato; 3) l’omosessuale non autorizzato (quindi sono esclusi gli artisti); 4) chi picchia i bambini; 5) chi non ama la mamma; 6) chi guadagna più di me. […] Ma questo significa che nel nostro paese di Lucrezie Borgia che avvelenano, Maramaldi che tradiscono, Freda che bombardano, dove non ci si scandalizza né per il malgoverno né per la mafia, l’ultima battaglia per la libertà non dovrebbe essere combattuta rivelando le conversazioni segrete tra gli ammiragli e i ministri, ma filmando dietro un falso specchio un ammiraglio che si masturba bevendo champagne mentre il suo attendente nudo picchia la vecchia madre inferma. Il che, ammettiamolo, è un po’ triste.

[su Pier Paolo Pasolini] Quando ho sentito la notizia alla radio ho avuto un primo moto di rimorso: mesi fa, a proposito del suo articolo sull’aborto, lo avevo attaccato con cosciente cattiveria, e lui se ne era molto risentito, contrattaccando (una sola battuta nel corso di un’intervista) con altrettanta cattiveria. E al saperlo morto ammazzato, così bruttamente, ho avuto un sentimento di colpa, come se quei segni sul suo corpo fossero le tracce di un lungo linciaggio, a cui anch’io avevo preso parte.

Per il cabalista, il fatto che Dio si esprima – anche se le sue espressioni sono al di là di ogni intuizione umana – è più importante di qualsiasi significato specifico e codificato che le sue parole possano trasmettere.

Questo, infatti, è il potere dell’immaginazione, che, combinando la memoria dell’oro con quella della montagna, può comporre l’idea di una montagna d’oro.

La semiotica è in linea di principio la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire. Se qualcosa non può essere usato per dire una bugia, non può essere usata neanche per dire la verità: in realtà non può essere usata “per dire”.

umberto eco frasi

Qualunque cosa, per quanto insignificante, un giorno può essere utile. Ciò che conta è sapere qualcosa che gli altri non sanno che conosci.

La traduzione è l’arte del fallimento.

Da quando sono diventato un romanziere ho scoperto di essere di parte. O penso che un nuovo romanzo sia peggio del mio e non mi piace, o sospetto che sia migliore dei miei romanzi e non mi piace.

Come dovremmo affrontare le intrusioni della finzione nella vita, ora che abbiamo visto l’impatto storico che questo fenomeno può avere? Riflettendo su queste complesse relazioni tra lettore e storia, finzione e vita, questo può costituire una forma di terapia contro il sonno della ragione, che genera mostri.

Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava Decimo Migliaio, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere.

Ormai mi muovevo come un uomo braccato – dall’orologio e dall’orrido avanzare del numero.

Era molto popolare, nel XIX secolo, Carolina Invernizio, che ha fatto sognare intere generazioni di proletari con storie che si intitolavano Il bacio di una morta, La vendetta di una pazza o Il cadavere accusatore. Carolina Invernizio scriveva malissimo e qualcuno ha osservato che aveva avuto il coraggio, o la debolezza, di introdurre nella letteratura il linguaggio della piccola burocrazia del giovane Stato Italiano.

Ogni semiotica specifica (come ogni scienza) si occupa di problemi epistemologici generali.

L’elitismo è un aspetto tipico di qualsiasi ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico, e l’elitarismo aristocratico e militaristico implica crudelmente disprezzo per i deboli. L’ur-fascismo può solo sostenere un elitismo popolare. Ogni cittadino appartiene alle migliori persone del mondo, i membri del partito sono i migliori tra i cittadini, ogni cittadino può (o dovrebbe) diventare un membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei.

Il criterio era rigoroso, e credo sia lo stesso seguito dai servizi segreti: non ci sono informazioni migliori delle altre, il potere sta nello schedarle tutte, e poi cercare le connessioni. Le connessioni ci sono sempre, basta volerle trovare.

Non ci sono regole oggettive di trasformazione da ideologia a ideologia. La sconnessione dello spazio semantico permette solo di vedere come diversi angoli visuali producono diverse organizzazioni semantiche. Non esiste teoria semiotica delle ideologie capace di verificarne la validità o di permetterne il miglioramento. C’è solo una tecnica di analisi semiotica che permette di mettere in crisi una ideologia mostrandone la relatività rispetto a un’altra opposta. La scelta del punto di vista non riguarda la semiotica. La semiotica aiuta ad analizzare le diverse scelte, ma non aiuta a scegliere.

[su Alberto Moravia] Ma non è scomparso uno dei Grandi Vecchi del secolo. Moravia è stato sino alla fine un Grande Giovane… Non si è costruito l’immagine del vate, dell’eroe, del maledetto o del martire, come altri protagonisti letterari del secolo: si è presa la parte del borghese, raccontando il suo essere borghese, dal di dentro, con lucida e scettica vocazione di moralista. Un poco annoiato, appunto, esibendo qualche acciacco e improvvisi guizzi da scavezzacollo passionale, e molte sorprese quasi infantili di fronte alla varietà della vita. Alla quale annoiatissimo e con frequenti sbuffi di irritazione non si è mai sottratto, aspettando che fosse lei a prendere la decisione di lasciarlo. Cosa che deve avergli provocato l’ultimo moto di stizza.

Il fenomeno twitter permette a certa gente, in fondo, di essere in contatto con gli altri, benché abbia una natura leggermente onanistica ed escluda la gente da tanti contatti faccia a faccia. Crea però da un lato un fenomeno anche positivo, pensiamo a cose che succedono in Cina o a Erdogan in Turchia. È stato anche un movimento di opinioni. Qualcuno ha detto se ci fosse stato internet ai tempi di Hitler, i campi di sterminio non sarebbero stati possibili perché la notizia si sarebbe diffusa viralmente. Ma d’altro canto […] dà diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società. […] Sono della gente che di solito veniva messa a tacere dai compagni […] e che adesso invece ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. […] Credo che dopo un poco si crei una sindrome di scetticismo, la gente non crederà più a quello che gli dice Twitter. All’inizio è tutto un grande entusiasmo, a poco poco a poco dice: chi l’ha detto? Twitter. Allora tutte balle.

L’ur-fascismo è ancora intorno a noi, a volte in borghese.

Non lo so, forse cerchiamo sempre il posto giusto e forse è a portata di mano, ma non lo riconosciamo. Forse per riconoscerlo, dobbiamo crederci.

eco umberto frasi

Sono mimetico. Se scrivo un libro ambientato nel diciassettesimo secolo, scrivo in stile barocco. Se scrivo un libro ambientato in una redazione, scrivo in giornalese.

[su Il nome della rosa] Ho iniziato a scrivere nel marzo del 1978, mosso da un’idea fondamentale. Volevo avvelenare un monaco.

Un saccheggio, spiegò Baudolino, come un uomo che conosce bene un mestiere, è come una vendemmia: devi dividere i compiti. C’è chi preme l’uva, chi porta il mosto nei tini, chi cucina per gli altri, chi va a prendere il buon vino dell’anno scorso…. un saccheggio è un lavoro serio.

Che cos’era la magia, che cosa è stata nei secoli e che cosa è ancora oggi, sia pure sotto mentite spoglie? La presunzione che i potesse passare di colpa da una causa a un effetto per cortocircuito, senza compiere i passi intermedi. […] La magia ignora la catena lunga delle cause e degli effetti e soprattutto non si preoccupa di stabilire provando e riprovando se ci sia un rapporto replicabile fra causa ed effetto. […] Il desiderio della simultaneità tra causa ed effetto si è trasferito alla tecnologia, che sembra la figlia naturale della scienza.

Vedere gli esseri umani come animali significanti – anche al di fuori della pratica del linguaggio verbale – e vedere che la loro capacità di produrre e interpretare i segni, così come la loro capacità di trarre inferenze, è radicata nelle stesse strutture cognitive, rappresenta un modo per dare forma alla nostra esperienza.

I seguaci devono essere convinti di poter sopraffare i nemici. Quindi, se c’è un continuo spostamento del focus retorico, i nemici sono allo stesso tempo troppo forti e troppo deboli.

Un segno non è solo qualcosa che sta per qualcos’altro; è anche qualcosa che può e deve essere interpretato.

I seguaci devono sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei loro nemici.

Quando il terrorismo perde, non solo non fa la rivoluzione ma agisce come elemento di conservazione, ovvero di rallentamento dei processi di cambiamento.

Voglio […] parlare della mia morte, e ammetterete che in questo caso ho qualche diritto all’esternazione.

Badate bene che oggi per controbattere un’accusa non è necessario provare il contrario, basta delegittimare l’accusatore.

Una semiotica generale studia l’intera attività significante umana – le lingue – e le lingue sono ciò che costituisce gli esseri umani in quanto tali, cioè come animali semiotici. Studia e descrive le lingue attraverso le lingue.

Una filosofia non gioca il suo ruolo di attore durante un recital; interagisce con altre filosofie e con altri fatti e non può conoscere i risultati dell’interazione tra se stesso e le altre visioni del mondo.

Dell’unico amore terreno della mia vita, non sapevo, e non seppi mai, il nome.

Ma l’esibizionista (tale il suo dramma) non ci consente di ignorare la sua vergogna.

frase umberto eco

“È un uomo…strano”, dissi. “È, o è stato, per molti aspetti, un grande uomo. Ma proprio per questo è strano. Sono solo gli uomini piccoli che sembrano normali. Ubertino avrebbe potuto diventare uno degli eretici che ha contribuito a fare bruciare, o un cardinale di santa romana chiesa. È andato vicinissimo a entrambe le perversioni. Quando parlo con Ubertino ho l’impressione che l’inferno sia il paradiso guardato dall’altra parte”.

Il cretino non parla neppure, sbava, è spastico. Si pianta il gelato sulla fronte, per mancanza di coordinamento. Entra nella porta girevole per il verso opposto.” “Come fa?” “Lui ci riesce. Per questo è cretino. Non ci interessa, lo riconosci subito, e non viene nelle case editrici. Lasciamolo lì.” “Lasciamolo.” “Essere imbecille è più complesso. È un comportamento sociale. L’imbecille è quello che parla sempre fuori del bicchiere. “In che senso?” “Così”. Puntò l’indice a picco fuori del suo bicchiere, indicando il banco. “Lui vuol parlare di quello che c’è nel bicchiere, ma com’è come non è, parla fuori. Se vuole, in termini comuni, è quello che fa la gaffe, che domanda come sta la sua bella signora al tipo che è stato appena abbandonato dalla moglie. Rendo l’idea?” “Rende. Ne conosco.” “L’imbecille è molto richiesto, specie nelle occasioni mondane. Mette tutti in imbarazzo, ma poi offre occasioni di commento. Nella sua forma positiva, diventa diplomatico. Parla fuori del bicchiere quando la gaffe l’hanno fatta gli altri, fa deviare i discorsi. Ma non ci interessa, non è mai creativo, lavora di riporto, quindi non viene a offrire manoscritti nelle case editrici. L’imbecille non eice che il gatto abbaia, parla del gatto quando gli altri parlano del cane. Sbaglia le regole di conversazione e quando sbaglia bene è sublime. Credo che sia una razza in via di estinzione, è un portatore di virtù eminentemente borghesi. Ci vuole un salotto Verdurin, o addirittura casa Guermantes. Leggete ancora queste cose voi studenti?” “Io sì.” “L’imbecille è Gioacchino Murat che passa in rassegna i suoi ufficiali e ne vede uno, decoratissimo, della Martinica. ‘Vous êtes nègres?” gli domanda. E quello: “Oui mon général!”. E Murat: “Bravò, bravò, continuez!” E via. Mi segue? Scusi ma questa sera sto festeggiando una decisione storica della mia vita. Ho smesso di bere. Un altro? Non risponda, mi fa sentir colpevole. Pilade!” “E lo stupido?” “Ah. Lo stupido non sbaglia nel comportamento. Sbaglia nel ragionamento. È quello che dice che tutti i cani sono animali domestici e tutti i cani abbaiano, ma anche i gatti sono animali domestici e quindi abbaiano. Oppure che tutti gli ateniesi sono mortali, tutti gli abitanti del Pireo sono mortali, quindi tutti gli abitanti del Pireo sono ateniesi.” “Che è vero.” “Sì, ma per caso. Lo stupido può anche dire una cosa giusta, ma per ragioni sbagliate.

Nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui.

Si possono dire le cose sbagliate, basta che le ragioni siano giuste.

Avevo sempre creduto che la logica fosse un’arma universale e mi accorgevo ora di come la sua validità dipendesse dal modo in cui la si usava. D’altra parte, frequentando il mio maestro mi ero reso conto, e sempre più me ne resi conto nei giorni che seguirono, che la logica poteva servire a molto a condizione di entrarci dentro e poi di uscirne.

Perché un angolo retto misura novanta gradi? Domanda mal posta: lui non misura niente, sono gli altri che misurano lui.

Wikipedia ha anche un’altra proprietà: chiunque può correggere una voce che ritiene sbagliata. Ho fatto la prova per la voce che mi riguarda: conteneva un dato biografico impreciso, l’ho corretto e da allora la voce non contiene più quell’errore. […] La cosa non mi tranquillizza per nulla. Chiunque potrebbe domani intervenire ancora su questa voce e attribuirmi (per gusto della beffa, per cattiveria, per stupidità) il contrario di quello che ho detto o fatto.

Ma del nostro lavoro, del lavoro del nostro ordine, e in particolare del lavoro di questo monastero fa parte – anzi è sostanza – lo studio, e la custodia del sapere. La custodia, dico, non la ricerca, perché è proprio del sapere, cosa divina, essere completo e definito sin dall’inizio, nella perfezione del verbo che si esprime a se stesso. La custodia, dico, non la ricerca, perché è proprio del sapere, cosa umana, essere stato definito e completato nell’arco dei secoli che va dalla predicazione dei profeti alla interpretazione dei padri della chiesa. Non vi è progresso, non vi è rivoluzione di evi, nella vicenda del sapere, ma al massimo continua e sublime ricapitolazione.

Il sonno diurno è come il peccato della carne: più se ne è avuto più se ne vorrebbe, eppure ci si sente infelici, sazi e insaziati allo stesso tempo.

Vedi, un tempo ho tentato di ribellarmi ai signori, ora li servo e per il signore di queste terre comando a quelli come me. O ribellarsi o tradire, è data poca scelta a noi semplici.

La bassa Manhattan è un capolavoro di architettura viva, storta come la chiostra inferiore dei denti di Cowboy Kathy, grattacieli e cattedrali gotiche vi compongono quella che è stata definita la più grande jam session in pietra di tutta la storia dell’umanità.

Si nasce sempre sotto il segno sbagliato e stare al mondo in modo dignitoso vuol dire correggere giorno per giorno il proprio oroscopo. Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.

Mentre un saggio […] tende ad arrivare a delle conclusioni, un romanzo mette in scena le contraddizioni.

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto […] pone grande cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

Ma poi mi rendo conto che il problema della Stupidità ha la stessa valenza metafisica del problema del Male, anzi di più: perché si può persino pensare (gnosticamente) che il male si annidi come possibilità rimossa del seno stesso della Divinità; ma la Divinità non può ospitare e concepire la Stupidità, e pertanto la sola presenza degli stupidi nel Cosmo potrebbe testimoniare della Morte di Dio.

umberto eco aforismi

Ora, cos’è importante nel problema dell’accessibilità agli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi.

Con padre Emanuele aveva capito che si doveva infervorare per le Heroiche Imprese – e che si può spendere una vita non per combattere un gigante, ma per nominare in troppi modi un nano.

Spirito. D’altro canto, quando Lukács sostiene che l’irrazionalismo filosofico degli ultimi due secoli è un’invenzione della borghesia che cerca di reagire alla crisi cui si trova di fronte legittimando filosoficamente la propria volontà di potenza e la propria pratica imperialistica, sta semplicemente traducendo la sindrome gnostica in linguaggio marxista. C’è.

Però ho capito che per indurre un francese a riconoscere una tara della sua genìa basta parlargli male di un altro popolo, come a dire “noi polacchi abbiamo questo o quest’altro difetto” e, poiché non vogliono essere secondi a nessuno, neppure nel male, subito reagiscono con “oh no, qui in Francia siamo peggio” e via a sparlare dei francesi, sino a che non si rendono conto che li hai presi in trappola.

Perché aveva scritto che alla stazione di Torino “due treni diretti s’incrociavano: l’uno in partenza, e l’altro in arrivo”. La sua descrizione pareva stolidamente ridondante. Ma, a ripensarci bene, l’annotazione non è così ridondante come appare a prima vista. Dov’è che due treni che s’incrociano non ripartono entrambi dopo essere arrivati?

Le persone non sono mai così completamente ed entusiasticamente malvagie come quando agiscono per convinzione religiosa.

Perché l’apprendimento non consiste solo nel sapere cosa dobbiamo o possiamo fare, ma anche nel sapere cosa potremmo fare e forse non dovremmo fare.

L’assenza è amare come il vento fa con il fuoco: spegne la piccola fiamma, fa esplodere la grande.

“O basta là”, disse Belbo. Solo un piemontese può capire l’animo con cui si pronuncia questa espressione di educata stupefazione. Nessuno dei suoi equivalenti in altra lingua o dialetto (non mi dica, dis donc, are you kidding?) può rendere il sovrano senso di disinteresse, il fatalismo con cui essa riconferma l’indefettibile persuasione che gli altri siano, e irrimediabilmente, figli di una divinità maldestra.

Ma democrazia è anche accettare una dose sopportabile di ingiustizia per evitare ingiustizie maggiori.

Il vero eroe è sempre un eroe per errore; sogna di essere un codardo onesto come tutti gli altri.

Gli intellettuali non risolvono le crisi, ma le creano.

Quando gli uomini smettono di credere in Dio, non è che non credono in nulla: credono in tutto.

Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, all’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimo con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini e di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.

«Tu sei il diavolo» disse allora Guglielmo. Jorge parve non capire. Se fosse stato veggente direi che avrebbe fissato il suo interlocutore con sguardo attonito. «Io?» disse. «Sì, ti hanno mentito. Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto. Tu sei il diavolo e come il diavolo vivi nelle tenebre.

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Tu sei il diavolo,” disse allora Guglielmo. Jorge parve non capire. Se fosse stato veggente direi che avrebbe fissato il suo interlocutore con sguardo attonito. “Io?” disse. “Sì, ti hanno mentito. Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio. Il diavolo è cupo perché sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto. Tu sei il diavolo e come il diavolo vivi nelle tenebre. Se volevi convincermi, non ci sei riuscito. Io ti odio, Jorge, e se potessi ti condurrei giù, per il pianoro, nudo con penne di volatili infilate nel buco del culo, e la faccia dipinta come un giocoliere e un buffone, perché tutto il monastero ridesse di te, e non avesse più paura. Mi piacerebbe cospargerti di miele e poi avvoltolarti nelle piume, portarti al guinzaglio nelle fiere, per dire a tutti: costui vi annunciava la verità e vi diceva che la verità ha il sapore della morte, e voi non credevate alla sua parola, bensì alla sua tetraggine. E ora io vi dico che, nella infinita vertigine dei possibili, Dio vi consente anche di immaginarvi un mondo in cui il presunto interprete della verità altro non sia che un merlo goffo, che ripete parole apprese tanto tempo fa.

Una dose di vittimismo è indispensabile per non galvanizzare gli avversari. Grillo ha fatto una campagna da vincente, ma è riuscito a dare l’impressione che lo escludessero dalla tv e dovesse rifugiarsi nelle piazze – e così ha riempito i teleschermi prendendo le parti delle vittime del sistema. Ma sapevano piangere Togliatti, che presentava i lavoratori come tenuti fuori dalla stanza dei bottoni dalla reazione in agguato; Pannella che, lamentandosi sempre che i media ignorassero i radicali, riusciva a monopolizzare l’attenzione costante di giornali e televisioni; Berlusconi, che si è sempre presentato come perseguitato dai giornali, dai poteri forti e dalla magistratura, e quando era al potere si lamentava che non lo lasciassero lavorare e gli remassero contro. È dunque fondamentale il principio del “chiagne e fotti”, ovvero, per non esprimerci in modo troppo volgare, quello del “keep a low profile”, tieni sempre un “profilo basso.

Quindi Casablanca non è un film: è molti film, un’antologia. Fatto a casaccio, si è probabilmente fatto da solo, se non contro la volontà dei suoi autori ed attori, almeno al di là del loro controllo. Ed è per questo motivo che funziona, a dispetto delle teorie estetiche e sull’arte di girare film. Perché in esso si svela con forza quasi tellurica il potere della Narrativa stessa, senza che l’Arte intervenga a disciplinarla.

Chi ride è malvagio solo per chi crede in ciò di cui si ride.

Posso leggere la Bibbia, Omero o Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi.

L’essere umano è davvero una creatura straordinaria. Ha scoperto il fuoco, edificato città, scritto magnifiche poesie, dato interpretazioni del mondo, inventato mitologie, etc. Ma allo stesso tempo non ha smesso di fare la guerra ai suoi simili, non ha smesso di ingannarsi, di distruggere l’ambiente circostante. La somma algebrica fra vigore intellettuale e coglioneria dà un risultato quasi nullo. Dunque, decidendo di parlare di imbecillità, rendiamo in un certo senso omaggio a questa creatura che è per metà geniale, per metà imbecille.

L’italiano è infido, bugiardo, vile, traditore, si trova più a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento.

In ogni caso, e quale fosse il ritmo, la sorte ci premiava, perché a voler trovare connessioni se ne trovano sempre, dappertutto e tra tutto, il mondo esplode in una rete, in un vortice di parentele e tutto rimanda a tutto, tutto spiega tutto.

L’umanità non sopporta il pensiero che il mondo sia nato per caso, per sbaglio, solo perché quattro atomi scriteriati si sono tamponati sull’autostrada bagnata. E allora occorre trovare un complotto cosmico, Dio, gli angeli o i diavoli.

Se un pastore falla deve essere isolato dagli altri pastori, ma guai se le pecore cominciassero a diffidare dei pastori.

Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza.

L’eroe vero è sempre eroe per sbaglio, il suo sogno sarebbe di essere un onesto vigliacco come tutti.

Popolare il mondo di figli che andranno sotto un altro nome, e nessuno saprà che sono tuoi. Come essere Dio in borghese. Tu sei Dio, giri per la città, senti la gente che parla di te, e Dio qua e Dio là, e che mirabile universo è questo, e che eleganza la gravitazione universale, e tu sorridi sotto i baffi (bisogna girare con una barba finta, oppure no, senza barba, perché dalla barba Dio lo riconosci subito), e dici fra te e te (il solipsismo di Dio è drammatico): “Ecco, questo sono io e loro non lo sanno.” E qualcuno ti urta per strada, magari ti insulta, e tu umile dici scusi, e via, tanto sei Dio e se tu volessi, uno schiocco di dita, e il mondo sarebbe cenere. Ma tu sei così infinitamente potente da permetterti di esser buono.

La creazione, anche se produce l’errore, si dà sempre per amore di qualcuno che non siamo noi.

Bisogno di innamorarsi. Certe cose le senti venire, non è che ti innamori perché ti innamori, ti innamori perché in quel periodo avevi un disperato bisogno di innamorarti. Nei periodi in cui senti la voglia di innamorarti devi stare attento a dove metti piede: come aver bevuto un filtro, di quelli che ti innamorerai del primo essere che incontri. Potrebbe essere un ornitorinco.

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Tale è la forza del vero che, come il bene, è diffusivo di sé.

La mentalità magica vede solo un processo, il cortocircuito sempre trionfante tra la causa presunta e l’effetto sperato.

Appellarsi invece al popolo significa costruire un figmento: siccome il popolo in quanto tale non esiste, il populista è colui che si crea una immagine virtuale della volontà popolare.

Sa che si può essere ossessionati dal rimorso tutta la vita, non per aver scelto l’errore, di cui almeno ci si può pentire, ma per essersi trovati nell’impossibilità di provare a sé stessi che non si sarebbe scelto l’errore…

Chi controlla a Wikipedia non solo i testi ma anche le loro correzioni? O agisce una sorta di compensazione statistica, per cui una notizia falsa verrà prima o poi individuata?

Il cinema è un alto artificio che mira a costruire realtà alternative a spese di quella fattuale, che gli provvede solo il materiale grezzo.

In politica l’appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale (“Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti”) ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche (“Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore”).

La dolorosa meraviglia che ci procura ogni rilettura dei grandi tragici è che i loro eroi, che avrebbero potuto sfuggire a un fato atroce, per debolezza o cecità non capiscono a cosa vanno incontro, e precipitano nell’abisso che si sono scavati con le proprie mani.

La filosofia è sempre una forma di alto dilettantismo, in cui qualcuno, per tanto che abbia letto, parla sempre di cose su cui non si è preparato abbastanza.

Le opere letterarie ci invitano alla libertà dell’interpretazione, perché ci propongono un discorso dai molti piani di lettura e ci pongono di fronte alle ambiguità e del linguaggio e della vita.

I semplici pagano sempre per tutti, anche per coloro che parlano in loro favore.

Franti ride perché è cattivo – pensa Enrico – ma di fatto pare cattivo perché ride.

Una delle prime e più nobili funzioni delle cose poco serie è quella di gettare un’ombra di diffidenza sulle cose troppo serie.

Scrivere un libro senza preoccuparsi della sua sopravvivenza sarebbe da imbecilli.

Vedevo il volto di un uomo esposto alla gogna, spiato in ogni piega del labbro, esposto al ludibrio di milioni di spettatori. Questo tipo di gogna vale un ergastolo.

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Aveva un altro senso, come tutti i sogni, e le visioni. Va letto allegoricamente o anagogicamente…» «Come le scritture!?» «Un sogno è una scrittura, e molte scritture non sono altro che sogni.

Anche una guerra santa è una guerra. Per questo forse non dovrebbero esserci guerre sante.

Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi, è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti.

Il Medioevo ha conservato a modo suo l’eredità del passato ma non per ibernazione bensì per continua ritraduzione e riutilizzazione, è stata una immensa operazione di bricolage in bilico tra nostalgia, speranza e disperazione. Sotto la sua apparenza immobilistica e dogmatica è stato, paradossalmente, un momento di “rivoluzione culturale”. Tutto il processo è stato naturalmente caratterizzato da pestilenze e stragi, intolleranza e morte. Nessuno dice che il nuovo Medioevo rappresenti una prospettiva del tutto allegra. Come dicevano i cinesi per maledire qualcuno: “Che tu possa vivere in un’epoca interessante.

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Umberto Eco: le poesie

Se si digita su Google “Umberto Eco poesie” il risultato trovato sarà certamente diverso da quello che ci si aspetta. Niente rime, niente metrica. Solo pensieri sparsi di una mente geniale. Per voi, le frasi celebri di Umberto Eco raccolte in lunghi “pensieri poetici”.

Per riuscire ad avvicinarci gli uni agli altri forse dovremmo andare anche noi su Marte, come i tre cosmonauti, e accorgerci di sentire tutti quanti
lo stesso bisogno di conforto nella notte troppo buia e silenziosa. E dovremmo incontrare anche noi un marziano dall’aspetto spaventoso che però sa piangere per un uccellino spaurito.
Come inizieremo a raccontare questa fiaba? Non con il solito: «C’era una volta… », né con «C’è adesso», purtroppo!
Allora con… «Ci sarà un domani?» Certo! Voi ragazzi ci credete, vero!

C’era una volta la terra.
E c’era una volta marte.
Stavano molto distanti l’uno dall’altra,
in mezzo al cielo
e intorno c’erano milioni di pianeti e di galassie.

Gli uomini che stavano sulla terra
volevano raggiungere marte e gli altri pianeti:
ma erano così lontani!

Comunque ci si misero d’impegno.
Prima lanciarono dei satelliti
che giravano intorno alla Terra per due giorni
e poi tornavano giù.

Poi lanciavano dei razzi
che facevano alcuni giri intorno alla Terra,
ma invece di tornare giù,
alla fine sfuggivano all’attrazione terrestre
e partivano per lo spazio infinito.
(I tre cosmonauti)

Caro Stefano, si avvicina il Natale e presto i negozi del centro saranno affollati di padri eccitatissimi che giocheranno la commedia della generosità annuale essi, che hanno atteso con gioia ipocrita quel momento in cui potranno comperarsi, contrabbandandoli per i figli, i loro trenini preferiti, i teatri dei burattini, i tiri a segno per frecce e i ping pong casalinghi. lo starò a vedere, perché quest’anno non è ancora il mio turno, tu sei troppo piccolo, e i giocattoli Montessori non mi divertono più che tanto, forse perché non provo gusto a metterli in bocca, anche se l’avvertenza mi comunica che non mi andranno giù. No, debbo aspettare: due, tre, forse quattro anni.
Poi verrà il mio turno, passerà la fase dell’educazione materna, tramonterà l’era dell’orsacchiotto e sarà il momento in cui incomincerò a plasmare io, con la dolce sacrosanta violenza della patria potestas, la tua coscienza civile.
E allora, Stefano…
Allora ti regalerò fucili. A due canne. A ripetizione. Mitra. Cannoni. Bazooka. Sciabole. Eserciti di soldatini – in assetto di guerra.
Castelli con ponti levatoi. Fortini da assediare. Casamatte, polveriere, corazzate, reattori. mitragliatrici, pugnali, pistole a tamburo, Colt, Winchester, Rifles, Chassepots, novantuno, Garand, obici, colubrine, passavolanti, archi, fionde, balestre, palle di piombo, catapulte, falariche, granate, baliste, spade, picchi, ramponi, alabarde e grappini di arrembaggio; e pezzi da otto, quelli del capitano Flint (in memoria di LongJohn Silver e di Ben Gun). Draghinasse, di quelle che piacevano a Don Barrej o, e lame di Toledo, di quelle che ci si fa il colpo delle tre pistole, da stendere secco il marchese di Montelimar,o la mossa del Napoletano, con cui il barone di Sigognac fulminava il primo bravaccio che tentasse di rapirgli la sua Isabella; e poi azze, partigiane, misericordie, kriss, giavellotti, scimitarre e verrettoni e bastoni animati, come quello con cui John Carradine moriva folgorato sulla terza rotaia, e chi non se ne ricorda peggio per lui.
Sciabole d’arrembaggio da far impallidire Carmaux e Van Stiller, pistole arabescate che Sir James Brook non ebbe mai (sennò non si sarebbe dato per vinto di fronte alla sardonica ennesima sigaretta del portoghese); e stiletti dalla lama triangolare, come quello con cui, mentre la giornata moriva assai dolcemente a Clignancourt, il discepolo di Sir Williams diede morte al sicario Zampa, consumato che ebbe il matricidio sulla vecchia e sordida Fipart; e pere d’angoscia, di quelle che furono introdotte nella bocca del carceriere La Ramée mentre il duca di Beaufort, i peli ramati della barba resi più fascinosi dalle lunghe cure di un pettine di piombo, si allontanava a cavallo pregustando le ire del Mazarino; e bocche da fuoco caricate a chiodaglia, da sparare coi denti fatti rossi dal betel, e fucili dal calcio di madreperla, da da impugnare su corsieri arabi dal pelo lucido e dal garretto nervoso; archi rapidissimi, da far diventar verde lo sceriffo di Nottingham. e coltelli da scalpo. come ne ebbe Minnehaha o (tu che sei bilingue) Winnetou.
Pistole piccole e piatte, da marsina, per i colpi da ladro gentiluomo, o luger pesantissime da appesantir la tasca o da gonfiar l’ascella, alla Michael Shayne.
E ancora fucili. Fucili, fucili da Ringo, da Wild Bill Hitchcock, o da Sambigliong, ad avancarica. Anni, insomma, figlio mio, tante armi, solo anni.
Questo ti porteranno i tuoi Natali.
Mi stupisco signore – mi diranno – Lei che milita in un comitato per il disarmo atomico e flirta con le consulte della pace, che fa marce capitiniane e coltiva mistiche all’ Aldermaston.
Mi contraddico? Ebbene, mi contraddico (Walt Withman).
Era una mattina, avevo promesso un regalo al figlio del mio amico, e entrai nel gran magazzino a Francoforte per domandare una bella pistola a tamburo.
Mi guardarono scandalizzati. Non facciamo giocattoli bellici, signore.
Da sentirsi gelati. Uscii mortificato e andai a sbattere il naso in due uomini della Bundeswehr che passavano sul marciapiede.
Tornai alla realtà.
Non mi avrebbero più ingannato, da allora in poi mi sarei basato solo sull’esperienza personale e avrei diffidato dei pedagoghi.
Ho avuto una infanzia fortemente, esclusivamente bellica: sparavo tra gli arbusti in cerbottane fatte all’ultimo momento, mi acquattavo dietro le rade macchine posteggiate facendo fuoco col mio fucile a ripetizione, guidavo assalti all’arma bianca, mi perdevo in battaglie sanguinosissime..
In casa, soldatini.
Eserciti interi impegnatI in strategie snervantI, operazioni che duravano settimane, cicli lunghissimi in cui mobilitavo anche le vestigia dell’orso di pelouche le bambole della sorella. Organizzavo bande di avventurieri, mi facevo chiamare da pochi scherani fedelissimi “il terrore di Piazza Genova” (ora piazza Matteotti); sciolsi una formazione di “Leoni Neri” per fondermi con un’ altra banda più forte, al cui interno organizzai poi un pronunciamiento dagli esiti disastrosi; sfollato nel Monferrato fui assoldato di forza dalla Banda dello Stradino e subii una cerimonia di iniziazione che consistette in cento calci nel sedere e la prigionia per tre ore in un pollaio; combattemmo contro la banda di Rio Nizza, che erano neri sporchi e terribili) la prima volta ebbi paura e scappai, la seconda mi presi un sasso sul labbro e ancora adesso ho come un nodulo dentro che si sente con la lingua.
(Poi arrivò la guerra vera, i partigiani ci prestavano lo Sten per due secondi e vedemmo alcuni amici morti con un buco nella fronte; ma ormai si stava diventando adulti e si andava lungo le rive del Belbo per sorprendere i diciottenni che facevano all’amore, salvo i momenti delle prime crisi mistiche). .
Da quest’ orgia di giochi bellici è venuto fuori un uomo che è riuscito a fare diciotto mesi di servizio militare senza toccare un fucile e dedicando le lunghe ore di caserma a severi studi di filosofia medievale; un uomo che si è macchiato di tante iniquità ma che è sempre stato puro di quel tristo delitto che consiste nell’amare le armi e nel credere alla santità e all’efficienza del valore guerriero; Un uomo che comprende il valore degli eserciti solo quando li vede accorrere tra la melma del Vajont a ritrovare una selena e nobile vocazione civile.
Che non crede assolutamente alle guttrre giuste, e apprezza solo le guerre civili, in cui chi combatte lo fa controvoglia, tirato per i capelli, a suo rischio e pericolo, sperando che finisca subito e perché proprio ne va dell’onore e non se ne può fare a meno.
E credo di dovere questo mio profondo, sistematico, colto e documentato terroore della guerra ai sani ed innocenti sfoghi, platonicamente sanguinari,concessimi nell’infanzia, così come si esce da un film western (dopo una scazzottatura solenne, di quelle che fan crollare le pareti del saloon, in cui si fracassano i tavoli e i grandi specchi, si spara sul pianista e si schiantano le vetrate) più puliti, buoni e distesi, disposti a sorridere al passante che ti urta con la spalla, a prestar soccorso ai passerotti caduti dal nido – come Aristotele ben sapeva, quando chiedeva alla tragedia di agitare ai nostri occhi il drappo rosso del sangue per purificarci a fondo, col divino sale inglese della catarsi finale.
E mi immagino invece l’infanzia di Eichmann.
Prono, lo sguardo da ragioniere della morte, sul rompicapo del meccano, seguendo le istruzioni del manualetto; avido ad aprire la scatola variopinta del piccolo chimico, sadico nel disporre i suoi attrezzetti di gaio falegname con pialletta larga una spanna e sega di venti centimetri su legno compensato.
Temete i giovani che costruiscono piccole gru! Nelle loro fredde e distorte menti di piccoli matematici si stanno comprimendo i complessi atroci che agiteranno la loro età matura.
In ogni piccolo mostro che azioni gli scambi della sua ferrovia in miniatura io vedo il futuro direttore di campo della morte! Guai se ameranno le collezioni di piccole automobiline, che orrendamente l’industria del giocattolo propone loro in facsimile perfetto, col portabagagli che si alza e i vetri che scorrono -terrificante, terrificante gioco per futuri sergenti di un esercito elettronico che premeranno senza passioni il bottone rosso di una guerra atomica!
Voi già potete identificarli ora. I grossi speculatori edilizi, i cesellatori dello sfratto in pieno inverno, che han formato la loro personalità sull’infame “Monopoli”, abituandosi all’idea della compra vendita d’immobili e della cessione disinvolta di pacchetti azionari.
I papà Grandet d’oggigiorno, che hanno succhiato il gusto dell’accumulazione e della vincita in borsa sulle cartelle della tombola.
I burocrati della morte educatisi sul meccano, i moribondi della burocrazia che han dato inizio alla loro morte spirituale sulle cartelline e sui timbri della piccola posta…
E domani? Cosa avverrà di una infanzia a cui il Natale industriale porta bambole americane che parlano e cantano e si muovono da sole; automi giapponesi che saltano e ballano senza che la pila si consumi mai; automobili radiocomandate, di cui si ignorerà per sempre il meccanismo…
Stefano, figlio mio, ti regalerò fucili. Perché un fucile non è un gioco.
È lo spunto di un gioco.
Di lì dovrai inventare una situazione, un insieme di rapporti,
una dialettica di eventi.
Dovrai fare pum con la bocca, e scoprirai che il gioco vale per quel che vi inserisci, non per quel .che vi trovi di confezionato. Immaginerai di distruggere dei nemici, e soddisferai a un impulso ancestrale che nessuna barba di civiltà riuscirà mai ad ottenebrarti, a meno di far di te un nevrotico pronto all’esame aziendale attraverso Rorschach. Ma ti convincerai che distruggere i nemici è una convenzione ludica, un gioco tra i giochi, e imparerai così che è pratica estranea alla realtà, di cui giocando ben conosci i limiti.
Ti ripulirai di rabbie e compressioni, e sarai pronto ad accogliere altri messaggi, che non contemplano né morte né distruzione; sarà importante, anzi, che morte e distruzione ti appaiano per sempre dati di fantasia, come il lupo di cappuccetto rosso, che ciascuno di noi ha odiato senza che di qui sia nato un odio irragionevole per i cani lupo.
Ma forse non è tutto qui, e non sarà tutto qui. Non ti concederò di sparare le tue colt solo a titolo di sfogo nervoso, di purificazione ludica degli istinti primordiali, rimandando a dopo, a depurazione avvenuta, la pars construens, la comunicazione dei valori.
Cercherò di darti idee già mentre spari nascosto dietro una poltrona.
Anzitutto non ti insegnerò a sparare agli indiani. Tiinsegnerò a sparare ai trafficanti di armi e di alcool che stanno distruggendo le riserve indiane.
E agli schiavisti del sud, per cui è inteso che sparerai come uomo di Lincoln. Non ti apprenderò a tirare sui cannibali congolesi, ma sui mercanti d’avorio, e in un momento di debolezza forse ti insegnerò a cuocere in pentola il dottor Livingstone, I suppose.
Giocheremo dalla parte degli Arabi contro Lawrence, che oltretutto non mi è mai sembrato un bel modello di virilità per i giovanetti dabbene, e se giocheremo ai Romani staremo dalla parte dei Galli, che erano Celti come noi piemontesi e più puliti di quel Giulio Cesare che dovrai ben presto imparare a guardar con diffidenza, perché non si tolgono le libertà a una comunità democratica dando per tutta mancia, dopo la morte, gli orti da andarci a passeggiare.
Staremo dalla parte di Toro Seduto contro quel ripugnante individuo che fu il generale Custer. Dalla parte dei Boxers, naturalmente.
Dalla parte di Fantomas piuttosto che da quella di Juve, troppo ligio al dovere per rifiutarsi, all’occorrerenza, di manganellare un algerino.
Ma qui sto scherzando: ti insegnerò, certo, che Fantomas era cattivo, ma non verrò a raccontarti, complice della corruttrice baronessa Orczy, che la Primula Rossa era un eroe. Era uno sporco vandeano che dava noie al buon Danton e al purissimo Robespierre, e se giocheremo tu prenderai parte alla presa della Bastiglia.
Saranno giochi formidabili, pensa, e li faremo insieme! Ah, volevi farci mangiare brioches? Avanti, signor Santerre, faccia rullare i tamburi, tricoteuses di tutto il mondo, sferruzzate gioiose!
Oggi si gioca alla decapitazione di Maria Antonietta! Pedagogia perversa? Chi parla? Lei signore, che sta facendo film sull’eroe Fra Diavolo, grassatore se mai ve ne furono al soldo degli agrari e dei Borboni?
Ha mai insegnato a suo figlio a giocare a Carlo Pisacane, o ha permesso all’istruzione elementare e al poetastro Mercantini di farlo passare agli occhi dei nostri piccoli come un biondo idiota gentile da imparare a memoria?
E lei, lei che è antifascista si può dire dalla nascita, ha mai giocato con suo figlio ai partigiani? Si è mai acquattato dietro il letto fingendo di essere nelle Langhe e gridando attenzione, da destra arriva la Brigata Nera, rastrellamento, rastrellamento, si spara, fuoco sui nazi?!
Lei regala a suo figlio i legnetti da costruzione e lo manda con la domestica a vedere i fIlm razzisti che esaltano la distruzione della nazione indiana.
Così, caro Stefano, ti regalerò dei fucili.
E ti insegnerò a giocare guerre molto complesse, in cui la verità non stia mai da una parte sola, in cui all’occorrenza si debbano organizzare degli otto settembre.
Ti sfogherai, nei tuoi anni giovani, ti confonderai un poco le idee, ma ti nasceranno lentamente delle persuasioni.
Poi, adulto, crederai che sia stata tutta una favola, cappuccetto rosso, cenerentola, i fucili, i cannoni, l’uomo contro l’uomo, la strega contro i sette nani, gli eserciti contro gli eserciti. Ma se per avventura, quando sarai grande, vi saranno ancora le mostruose figure dei tuoi sogni infantili, le streghe, i coboldi, le armate, le bombe, le leve obbligatorie, chissà che tu non abbia assunto una coscienza critica verso le fiabe e che non impari a muoverti criticamente nella realtà.
(Lettera a mio figlio – tratta da Diario Minimo)

Primo pensierino. Non parliamo della maledizione dei Maya, ma certamente i giornali, che stanno sempre più citando Cassandra, ci annunciano di giorno in giorno un domani sempre più cupo, fatto di straripamento degli oceani, declino delle stagioni e (al più presto) il default; tanto che un ragazzino decenne figlio di miei amici, all’ascoltare i genitori che lo informavano sui destini del mondo, si è messo a piangere e ha domandato: “Ma proprio non c’è niente di bello nel mio futuro?”
Per consolarlo potrei citare numerosi e assai foschi vaticini sugli anni a venire, consueti nei secoli passati. Ecco un brano da Vincenzo di Beauvais (XIII secolo): “Dopo la morte dell’Anticristo… il giudizio finale sarà preceduto da molti segni che ci sono indicati dai Vangeli… Nel primo giorno il mare si alzerà di quaranta cubiti sopra le montagne e si ergerà dalla sua superficie come un muro. Nel secondo sprofonderà tanto che a stento si potrà vedere. Nel terzo i mostri marini apparendo sulla superficie del mare manderanno ruggiti fino al cielo. Nel quarto il mare e le acque tutte prenderanno fuoco. Nel quinto le erbe e gli alberi manderanno una rugiada di sangue. Nel sesto crolleranno gli edifici. Nel settimo le pietre cozzeranno fra di loro. Nell’ottavo ci sarà un terremoto universale. Nel nono la terra sarà livellata. Nel decimo gli uomini usciranno dalle caverne e andranno vagando come impazziti senza potersi parlare. Nell’undicesimo risorgeranno le ossa dei morti. Nel duodecimo cadranno le stelle. Nel decimoterzo moriranno i viventi superstiti per risorgere coi morti. Nel decimoquarto cielo e terra bruceranno. Nel decimoquinto ci sarà un cielo nuovo e una terra nuova e tutti risorgeranno”. Come si vede ci sono già tutte le alterazioni climatiche e gli tsunami che ancora ci minacciano.
Saltando sei secoli di ferali annunci, ecco Balzac, nel 1836: “L’industria moderna, che produce per le masse, sta distruggendo le creazioni dell’arte antica, le cui opere avevano un’impronta personale per il consumatore così come per l’artigiano. Oggi abbiamo dei “prodotti”, non abbiamo più “opere””. Tra i “prodotti” ormai privi di ogni valore artistico, che Balzac minacciava, Leopardi stava scrivendo proprio in quell’anno “La ginestra”, Manzoni poneva mano alla seconda stesura dei “Promessi sposi”, due anni dopo Stendhal avrebbe scritto “La certosa di Parma”, tre anni dopo Chopin componeva la Sonata in si bemolle minore opera 35, venti anni dopo Flaubert pubblicava “Madame Bovary”, mancavano circa trent’anni all’apparizione degli impressionisti e più di quaranta alla pubblicazione dei “Fratelli Karamazov”. Come si vede, anche in passato si paventava troppo il futuro.
Secondo pensierino. Ma forse, ripensandoci, “mala tempora currunt” davvero se, come vuole la tradizione, uno dei tipici segnali della fine dei tempi è il fatto che ormai il mondo va alla rovescia. Pensate, una volta i ricchi abitavano nel centro di Roma in lussuosi palazzi e i poveri nelle periferie più desolate; oggi i palazzi che fronteggiano il Colosseo pare siano fatiscenti, col cesso sul ballatoio, e li danno via per quattro soldi, anzi, li regalano a gente che neppure se ne accorge. Immagino che i politici corrotti vadano ad abitare al Quarticciolo.
Ieri i poveri viaggiavano in treno e solo i ricchi si permettevano l’aereo: oggi gli aerei costano quattro soldi (i più a buon mercato assomigliano ai carri bestiame del tempo di guerra) mentre i treni diventano sempre più cari e più lussuosi, col bar riservato solo alle classi egemoni.

Una volta i ricchi andavano a Riccione, e nel peggiore dei casi a Rimini, pur di porre i malleoli nell’Amarissimo, mentre nelle isole dell’Oceano Indiano vivevano popolazioni miserabili o vi venivano deportati gli ergastolani. Oggi alle Maldive vanno solo i politici di rango e a Rimini, ormai, soltanto mugiki russi, appena sottrattisi alla schiavitù della gleba. Dove andremo a finire?
(Dove andremo a finire?)

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Umberto Eco: le Immagini da scaricare

Frasi sulla lettura di Umberto Eco, aforismi e modi di concepire la bellezza per Umberto Eco nelle sue frasi. Questa raccolta di immagini racchiude i temi più disparati toccati dal grande autore e linguista. Che aspetti a scegliere la tua?

umberto eco frasi
Esiste nel nostro futuro un populismo televisivo o di Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può essere presentata e accettata come Voce del Popolo.
frasi umberto eco
Per sopravvivere, devi raccontare storie.
umberto eco poesie
Per non apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora. Lasciami pensare sino a domani, almeno.
frasi di umberto eco
L’assenza è all’amore come il vento al fuoco: spegne il piccolo, fa avvampare il grande.
aforismi umberto eco
Non mi manca la mia giovinezza. Sono contento di averne avuta una, ma non vorrei ricominciare da capo.
umberto eco aforismi
Da quando sono diventato un romanziere ho scoperto di essere di parte. O penso che un nuovo romanzo sia peggio del mio e non mi piace, o sospetto che sia migliore dei miei romanzi e non mi piace.
eco umberto frasi
È bello qualcosa che, se fosse nostro, ci rallegrerebbe, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro.
umberto eco frasi celebri
Entrare in un romanzo è come fare una scalata in montagna: devi imparare il ritmo della respirazione, acquisire il ritmo; altrimenti ti fermi subito.
frasi celebri umberto eco
È necessario meditare precocemente e spesso sull’arte di morire per riuscire successivamente a farlo correttamente solo una volta.
frase umberto eco
Tornerai
da me…
È scritto tra le stelle, vedi,
tornerai.
Tornerai,
è un dato di fatto
che sono forte perché credo in te.
la bellezza umberto eco frasi
Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.
frasi sulla lettura umberto eco
Un narratore non dovrebbe fornire interpretazioni del suo lavoro; altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni.
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I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare.
frasi umberto eco
Bisogno di innamorarsi. Certe cose le senti venire, non è che ti innamori perché ti innamori, ti innamori perché in quel periodo avevi un disperato bisogno di innamorarti. Nei periodi in cui senti la voglia di innamorarti devi stare attento a dove metti piede: come aver bevuto un filtro, di quelli che ti innamorerai del primo essere che incontri. Potrebbe essere un ornitorinco.
frasi di umberto eco
L’eroe vero è sempre eroe per sbaglio, il suo sogno sarebbe di essere un onesto vigliacco come tutti.
umberto eco poesie
Si nasce sempre sotto il segno sbagliato e stare al mondo in modo dignitoso vuol dire correggere giorno per giorno il proprio oroscopo. Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.
umberto eco aforismi
Non conta la fede che un movimento propone, conta la speranza che offre. Gratta l’eresia, troverai il lebbroso. E ogni battaglia contro l’eresia vuole solo che il lebbroso rimanga lebbroso.
aforismi umberto eco
L’essere umano è davvero una creatura straordinaria. Ha scoperto il fuoco, edificato città, scritto magnifiche poesie, dato interpretazioni del mondo, inventato mitologie, etc. Ma allo stesso tempo non ha smesso di fare la guerra ai suoi simili, non ha smesso di ingannarsi, di distruggere l’ambiente circostante. La somma algebrica fra vigore intellettuale e coglioneria dà un risultato quasi nullo. Dunque, decidendo di parlare di imbecillità, rendiamo in un certo senso omaggio a questa creatura che è per metà geniale, per metà imbecille.
frase umberto eco
E tu scopri che il mondo deve essere pieno di cose meravigliose e per conoscerle tutte, visto che la vita non ti basterà a percorrere tutta la terra, non rimane che leggere tutti i libri.
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Le persone non sono mai così completamente ed entusiasticamente malvagie come quando agiscono per convinzione religiosa.

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Video Umberto Eco

Chi può non ricordare la celebre frase di Umberto Eco: “I social hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”? O anche, i suoi brillanti spiegoni filosofici? In questa serie di video, una parte della vita dell’autore e anche alcune frasi celebri di Umberto Eco.

https://www.youtube.com/watch?v=MceeXoFpOUg

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Frasi sulla lettura di Umberto Eco

Da uno scrittore non possiamo che aspettarci che parli di libri, di quanto importante sia comprarli, consultarli, renderli parte integrante della nostra vita. In particolare, tante sono state le parole e le frasi sulla lettura spese da Umberto Eco per incentivare gli uomini ad amare i libri quanto sapeva fare lui. Gli aforismi di Umberto Eco sulla lettura, non potete perderveli.

Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua.

Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto.

Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.

I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare.

Adoro l’odore dell’inchiostro del libro al mattino.

A questo mondo o si legge o si scrive, gli scrittori scrivono per disprezzo verso i colleghi, per avere ogni tanto qualche cosa di buono da leggere.

Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.

I libri sono un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro anziché in avanti.

Il libro, creando un pubblico, produce lettori che a loro volta lo condizioneranno.

Farsi una bibliografia significa cercare quello di cui non si conosce ancora l’esistenza. Il buon ricercatore è colui che è capace di entrare in una biblioteca senza avere la minima idea su di un argomento e uscirne sapendone un po’ di più.

Una volta un tale che doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia.

Una biblioteca non si limita a raccogliere i tuoi libri, li legge anche per conto tuo.

Se si ritiene che il nostro lettore sia un idiota, non si usino figure retoriche, ma usarle spiegandole significa dare dell’idiota al lettore. Il quale si vendica dando dell’idiota all’autore.

Quali sono i libri che hanno formato la cultura sia di un francese che di un finlandese, e che ciascuno dovrebbe leggere? Certamente la cultura di ciascun occidentale è stata influenzata dalla Divina Commedia, da Shakespeare e, andando indietro, da Omero, Virgilio o Sofocle. Ma ne siamo stati influenzati perché li abbiamo letti?

Un monaco dovrebbe sicuramente amare i suoi libri con umiltà, desiderando il loro bene e non la gloria della propria curiosità; ma quale sia la tentazione dell’adulterio per i laici e il desiderio di ricchezza per gli ecclesiastici secolari, la seduzione della conoscenza è per i monaci.

Si pubblicano molti libri di stupidi perché di primo acchito ci convincono. Il redattore editoriale non è tenuto a riconoscere lo stupido. Non lo fa l’accademia delle scienze, perché dovrebbe farlo l’editoria?

Tutto quello che io penso è stato già stampato.

Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro.

Entrare in un romanzo è come fare una scalata in montagna: devi imparare il ritmo della respirazione, acquisire il ritmo; altrimenti ti fermi subito.

Così ho riscoperto ciò che gli scrittori hanno sempre saputo (e ci hanno raccontato più e più volte): i libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia che è già stata raccontata.

Viviamo per i libri. Una dolce missione in questo mondo dominata da disordine e decadenza.

Ma lo scopo di una storia è insegnare e compiacere subito, e ciò che insegna è come riconoscere le trappole del mondo.

I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire.

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

E tu scopri che il mondo deve essere pieno di cose meravigliose e per conoscerle tutte, visto che la vita non ti basterà a percorrere tutta la terra, non rimane che leggere tutti i libri.

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La bellezza: frasi di Umberto Eco

Un pensatore e filosofo come lui, non poteva certamente trascurare nei suoi scritti un tema tanto importante. La bellezza nelle frasi di Umberto Eco è un argomento trattato con grande delicatezza ed eleganza. La bellezza di Eco non è fisica. È un “concetto astratto“. Dategli uno sguardo: conoscevate questi aforismi di Umberto Eco?

La bellezza del cosmo è data non solo dalla unità nella varietà, ma anche dalla varietà nell’unità.

È bello qualcosa che, se fosse nostro, ci rallegrerebbe, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro.

Quando il filosofo medievale parla di bellezza non intende soltanto un concetto astratto, ma si rifà a esperienze concrete.

Bello era un valore, doveva coincidere col buono, col vero e con tutti gli altri attributi dell’essere e della divinità.

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