Oriana Fallaci frasi sulle donne
La vita in Aforismi

Oriana Fallaci: frasi celebri e immagini. 203 aforismi da leggere d’un fiato

Una donna forte e fuori dagli schemi che ha saputo far parlare di sé: tanti aforismi di Oriana Fallaci per conoscerne meglio il pensiero.

Oriana Fallaci

Nata il 29 giugno 1929 a Firenze, Oriana Fallaci, scrittrice, giornalista e attivista italiana, dopo aver partecipato alla Resistenza, fu la prima donna ad andare al fronte come inviata speciale. Nel corso della sua vita ebbe, dunque, modo di viaggiare molto e, con circa venti milioni di libri venduti in tutto il mondo, divenne sempre più conosciuta. Tuttavia, la Fallaci non fu mai totalmente compresa dall’opinione pubblica a causa delle sue idee (in particolare quelle sull’Islam). Deceduta il 15 settembre 2006 a Firenze, Oriana Fallaci e le sue frasi celebri sono rimaste nei ricordi di tutti. Li abbiamo, dunque, raccolti per voi e, ora, non ci resta che augurarvi buona lettura!

Aforismi di Oriana Fallaci

Come già anticipato, sono moltissimi gli aforismi riconducibili a Oriana Fallaci: tante frasi celebri riguardanti svariati argomenti e da cui emergono i ragionamenti, i pensieri e le idee della Fallaci. Tematiche importanti come la delusione, della quale scrisse, per la mancata maternità, per le sue vicende amorose e per il mondo in cui viviamo, così violento e crudele (come emerge anche dal romanzo Lettera a un bambino mai nato). Ma anche temi come la libertà, la religione, la vita e la morte, la politica. Date un’occhiata, dunque, a queste frasi celebri di Oriana Fallaci e al video della sua ultima intervista, in cui parlò della sua malattia, il cancro, per conoscerne e capirne meglio il pensiero:

La delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo.

Inaridisce, la delusione. Demolisce. Sia che te la imponga un individuo o un gruppo sia che te la infligga una speranza o un’idea, t’annienta.

Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente.

La vita non è uno spettacolo muto o in bianco e nero. È un arcobaleno inesauribile di colori, un concerto interminabile di rumori, un caos fantasmagorico di voci e di volti, di creature le cui azioni si intrecciano o si sovrappongono per tessere la catena di eventi che determinano il nostro personale destino.

Nella vita e nella storia vi sono casi in cui non è lecito aver paura. Casi in cui aver paura è immorale e incivile.

Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro ragione.

Non ho mai capito chi dice che la morte è normale, la morte è logica, tutto finisce quindi anch’io finirò. Io ho sempre pensato che la morte è ingiusta, la morte è illogica, e non dovremmo morire dal momento che si nasce.

La vita è una tale fatica, bambino. È una guerra che si ripete ogni giorno e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele.

Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie, lo si fa per principio, per se stessi, per la propria dignità.

Ogni oggetto sopravvissuto al Passato è prezioso perché porta in sé un’illusione di eternità. Perché rappresenta una vittoria sul tempo che logora e appassisce e uccide, una sconfitta della morte.

Ove c’è raziocinio c’è scelta, ove c’è scelta c’è libertà.

Rifiuto di rinunciare a me stesso e rassegnarmi. Un uomo rassegnato è un uomo morto prima di morire, e io non voglio essere morto prima di morire. Non voglio morire da morto! Voglio morire da vivo!

Se dici la tua sul Vaticano, sulla Chiesa Cattolica, sui Papa, sulla Madonna, su Gesù, sui Santi, non ti succede nulla. Ma se fai lo stesso con l’Islam, con il Corano, con Maometto, coi figli di Allah, diventi razzista e xenofobo e blasfemo e compi una discriminazione razziale.

Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.

È bello fuggire se ti sembra giusto e lo vuoi: mentre chiudi la porta alle spalle ti senti più vivo, la strada è sempre prateria sconfinata e il treno, è una lunga promessa. Ma quando il treno si muove, il vagone diventa una gabbia senz’aria, il domani un tunnel che ti condurrà chissà dove.

Agli uomini non interessa né la verità, né la libertà, né la giustizia. Sono cose scomode e gli uomini si trovano comodi nella bugia e nella schiavitù e nell’ingiustizia. Ci si rotolano come maiali.

Chi ama la vita è sempre con il fucile alla finestra per difendere la vita.

Ho sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai a adeguarsi, subire, farsi comandare.

Il futuro è un’ipotesi, una congettura, una supposizione, cioè una non-realtà. Tutt’al più, una speranza alla quale tentiamo di dar corpo con i sogni e le fantasie.

Il poeta ribelle, l’eroe solitario, è un individuo senza seguaci: non trascina le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara.

aforismi Oriana Fallaci

Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo e intelligenza.

L’estrema punizione per chi cerca mondi migliori è il niente.

L’intelligenza non ha confini, riesce sempre a penetrare il muro dell’idiozia costituzionalizzata.

La felicità è un oblio che dura una settimana.

La guerra non è una maledizione insita nella nostra natura: è una maledizione insita nella vita. Non ci si sottrae alla guerra perché la guerra fa parte della vita.

Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.

Che senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o presunta cultura quando essi disprezzano la nostra?

Risponderò in stile minigonna, cioè in modo abbastanza lungo da coprire l’argomento e abbastanza breve da renderlo interessante.

Cultura significa anzitutto creare una coscienza civile, fare in modo che chi studia sia consapevole della dignità. L’uomo di cultura deve reagire a tutto ciò che è offesa alla sua dignità, alla sua coscienza. Altrimenti la cultura non serve a nulla.

Non chiedere chi ha vinto: non ha vinto nessuno. Non chiedere chi ha perso: non ha perso nessuno. Non chiedere a cosa ha servito: non ha servito a nulla. Fuorché a eliminare cinquemila creature fra i diciotto e i trent’anni.

La libertà scissa dalla giustizia è una mezza libertà, che difendere la propria libertà e basta è un’offesa alla giustizia.

La gente fa sempre così. Rimpiange il passato come se il passato equivalesse al concetto del bene e odia il presente come se il presente equivalesse al concetto del male: volutamente ignorando che nel passato facevan lo stesso.

L’ironia è facile, la fede difficile, e nessuno si fa beffe di te se ironizzi, tutti son pronti a schernirti se reciti un atto di fede.

La vendetta è volgare come il rancore.

Sono qui per spiegare quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro, e poi accetta che migliaia di creature giovani, con il cuore a posto, vengano mandati a morire, come vacche al macello, per la bandiera.

C’è spesso, nella vita, una sorta di fatalità. E questa fatalità, non noi, ha determinato ciò che doveva accadere.

Ci sono tre tipi di persone: quelli che vivono la propria vita, quelli che discutono la propria vita, quelli che scrivono la propria vita.

La fede unita alla coglioneria è capace di ogni eroismo.

I frigidi pensatori che con le loro pietre filosofali, le loro astrazioni, le loro masturbazioni mentali, sfruttano il nostro bisogno di dare un senso alla vita e invece di nutrire l’intelligenza concimano la cretineria.

L’abitudine genera rassegnazione. La rassegnazione genera apatia. L’apatia genera inerzia. L’inerzia genera indifferenza.

frasi Oriana Fallaci sulla delusione

La democrazia non si può regalare come una stecca di cioccolata. La democrazia bisogna conquistarsela. Per conquistarsela bisogna volerla. Per volerla bisogna sapere cos’è.

Per raccontare gli uomini, questi bizzarri animali che fanno ridere e piangere insieme, bastano due sentimenti che in fondo sono due ragionamenti: la pietà e l’ironia.

Vi sono due tipi di denutrizione: quella del corpo cioè quella che viene a non mangiare, e quella dell’anima cioè quella che viene a non sapere.

Con il progresso abbiamo distrutto l’unico strumento per combatter la noia: quel difetto squisito che si chiama fantasia.

Tu che non sai come la vita sia molto più del tempo che passa fra il momento in cui si nasce e il momento in cui si muore, su questo pianeta dove gli uomini fanno miracoli per salvare un moribondo e le creature sane le ammazzano a cento, mille, un milione per volta.

Esser traditi in amicizia è molto peggio che esser traditi in amore. Il mio prossimo. Io, per il mio prossimo, perdo un sacco di tempo, cerco sempre di fare del bene anche se non è un bene da monumento equestre: ma tutto sommato ci comprendiamo pochino. Succede così raramente di incontrare una persona umana fra il prossimo. Son più umane le bestie degli uomini e ogni qualvolta mi accorgo di questo mi viene una tal voglia di andarmene, ritirarmi in campagna, dove nessuno mi veda, tra i cavalli, tra i polli.

Sono come i gatti: ho bisogno di abituarmi a un posto per apprezzarlo, devo stare al caldo nel medesimo posto per capirlo. Tutto sommato, mi diverto più a conoscere gente che a viaggiare, a leggere che a viaggiare. Conoscere una persona o leggere un libro non è forse viaggiare?

Io avevo scelto il silenzio. Avevo scelto l’esilio. Perché in America, è giunta l’ora di gridarlo chiaro e tondo, io ci sto come un fuoriuscito. Ci vivo nell’auto-esilio politico che contemporaneamente a mio padre mi imposi molti anni fa. Ossia quando entrambi ci accorgemmo che vivere gomito a gomito con un’Italia i cui ideali giacevano nella spazzatura era diventato troppo difficile, troppo doloroso, e delusi offesi feriti tagliammo i ponti con la gran maggioranza dei nostri connazionali. Lui, ritirandosi su una remota collina del Chianti dove la politica alla quale aveva dedicato la sua vita di uomo integerrimo non arrivava. Io, vagando per il mondo e poi fermandomi a New York, dove tra me e la politica di quei connazionali c’era l’Oceano Atlantico.

Tu che non sai perché rido così forte quando rido e piango così fitto quando piango e mi accontento di così poco quando mi accontento, ed esigo tanto quando esigo.

Un buon giornalista non dovrebbe mai essere una persona accomodante. Ancora meno, una persona innocua. Se tutto fila liscio per lui o per lei, significa che compiace il potere.

Il cristianesimo insegna il perdono, la rinuncia ai beni terreni, e non si addice alla riscossa di una razza umiliata: chi è esasperato comprende meglio la legge dell’occhio per occhio, dente per dente.

Cosa c’è di male a servirsi della fame come incentivo? Per fare un’automobile ci vuole il materiale grezzo, sì o no? L’uomo che ha fame e che è disposto a morire per un pezzo di pane è un materiale grezzo come il ferro che serve a costruire un’automobile. Noi lo plasmiamo con motivi ideali e ne facciamo un’automobile.

Quando in nome della pace si cede alla prepotenza, alla violenza, alla tirannia, quando in nome della pace ci si rassegna alla paura, si rinuncia alla dignità e alla libertà, la pace non è più pace. È suicidio.

La teocrazia non insegna a ragionare, a scegliere, a decidere il proprio destino. Insegna a subire ubbidire servire un Dio che è un padrone assoluto, un sovrano che controlla ogni momento e ogni aspetto della tua vita.

La guerra è figlia della violenza che a sua volta è figlia della forza fisica, e il trinomio non partorisce che scelleratezze.

Le parolacce sono un privilegio di pochi e non significano volgarità.

Un uomo che non parla a nessuno e a cui nessuno parla è come un pozzo che nessuna sorgente alimenta: a poco a poco l’acqua che vi stagna imputridisce ed evapora.

La felicità è fatta di una cosa grande: apprezzare la vita sapendo che dopo viene la morte.

Chiunque muoia per un miraggio si merita un buon funerale.

Io non scrivo per divertimento o per soldi. Scrivo per dovere.

Oriana Fallaci aforismi

Amo appassionatamente la Toscana. Mi inorgoglisce troppo quello che ha dato al mondo nel campo dell’arte, della scienza, della letteratura, della politica insomma della cultura. E a ogni pretesto parlo e scrivo della Toscana […]. Però si tratta di un amore poco ricambiato. […] La Toscana non è né è mai stata una mamma tenera e affettuosa. Quando ha un figlio o una figlia che la ama e la onora anziché amarlo e onorarlo a sua volta mostrando un po’ di gratitudine lei lo bistratta, lo perseguita, lo respinge. […] Esattamente il contrario che oggi si fa con lo straniero che io chiamo l’invasore, cioè col musulmano.

Perché bando alle chiacchiere, signori miei: l’infelicità non ha solo il volto della fame e del freddo. Ha anche quello della solitudine che gela quando appartieni a un mondo scomparso o incompreso, quando sei costretto a vivere in un ambiente nel quale non ti riconosci e vieni schernito ridicolizzato perseguitato dalla volgarità.

L’Italia che vorrei è un’Italia che si oppone alle Italie in cui non mi riconosco: un’Italia ideale. Un’Italia coraggiosa, dignitosa, seria, un’Italia che non si consegna al nemico. Che non si lascia intimidire da chi spalanca le porte al nemico, che non si lascia ricattare o rincretinire dalle bestialità dei Politically Correct. Che va fiera della sua identità, che saluta la bandiera bianca rossa e verde mettendo la mano sul cuore non sul sedere.

Ma chi capisce tutto e tutti finisce con l’assolvere tutto e tutti. Chi assolve tutto e tutti finisce col perdonare tutto e tutti. Chi perdona tutto e tutti non crede a nulla. E chi non crede a nulla, mia cara, è un cinico. Tout court.

La paura e i soldi, si sa, mettono a tacere il cuore.

Sai l’odore che i drogati chiamano profumo e che invece è puzzo. Un antipaticissimo puzzo di merda bruciata e di rosmarino, di muschio marcio e di resina, soave e insieme pungente, morbido e insieme piccante, stomachevole, fetido quanto l’ingordigia dei vampiri che per restare ricchi producono e commerciano droga. Un penosissimo puzzo che è il puzzo della debolezza, della fiacchezza, della viltà. Infatti piace a chi non ha il coraggio di affrontare la vita, a chi non ha i coglioni per tenere in vita la vita, a chi non ha la fantasia che ci vuole per apprezzarla nonostante le sue durezze e le sue porcherie e i suoi orrori, a chi non ha l’intelligenza di amarla.

Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta.

Io sono atea, grazie a Dio. Irrimediabilmente atea. E non ho alcuna intenzione d’esser punita per questo da quei barbari che invece di lavorare e contribuire al miglioramento dell’umanità stanno sempre col sedere all’aria cioè a pregare cinque volte al giorno.

Ho guadagnato una vita, un biglietto per la morte, e viaggio ancora. In certi momenti ho creduto d’essere giunto alla fine del viaggio, mi sbagliavo. Erano solo imprevisti del cammino.

Però il rimpianto esiste, e i legami esistono, radicati in noi come alberi che non cedono neanche all’uragano, inevitabili come la fame e la sete. Non te ne puoi mai liberare, anche se ci provi con tutta la tua volontà, la tua logica. Magari credi di averli dimenticati e un giorno riaffiorano, irrimediabilmente, spietati, per metterti la corda al collo più di qualsiasi boia. E strozzarti.

Ho sempre avuto l’ossessione della dignità e pensato che la cosa più importante fosse vivere con dignità, ora so che c’è una cosa ancora più difficile, ancora più importante che aver vissuto con dignità: è morire con dignità. E questa è, questa sarà, la vera prova del fuoco.

El problema es que en las guerras no pelean nunca aquellos que las declaran. Ni las ven siquiera.
(Il problema è che nelle guerre chi le dichiara non combatte mai. Non le vedono nemmeno.)

Nel 1935 avemmo anche noi il nostro Vietnam. Si chiamava Etiopia.

Non si dovrebbe mai prenderli sul serio gli scrittori, mai. Chiacchierano per chiacchierare, per mettere insieme belle parole, si approfittano della carta stampata sapendo che sulla carta stampata ogni fanfaluca sembra verità sacrosanta.

Ciò che ogni creatura degna d’esser nata dovrebbe cercare non esiste. È un sogno che si chiama Libertà, che si chiama Giustizia. E piangendo bestemmiando soffrendo noi possiamo solo rincorrerlo dicendo a noi stessi che quando una cosa non esiste la si inventa. Non abbiamo fatto lo stesso con Dio? Non è forse il destino degli uomini quello di inventare ciò che non esiste e battersi per un sogno?

E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade. Perché, che a invaderla siano i francesi di Napoleone o gli austriaci di Francesco Giuseppe o i tedeschi di Hitler o i compari di Osama Bin Laden, per me è lo stesso. Che per invaderla usino i cannoni o i gommoni, idem.

Perché malgrado i film sul Vietnam e i giornali e i mesi di addestramento in caserma, non riusciva a cogliere il significato della parola guerra. Non riusciva a capire che roba fosse. Stanotte sì, invece. Poteva dirlo che roba è. È una malattia che sciupa dentro, un cancro che si mangia il cuore, una lebbra che imputridisce l’anima e induce la gente a far cose che in pace non farebbe mai.

Il linguaggio parlato è per sua natura sciatto e impreciso. Non dà tempo di riflettere, di usar le parole con eleganza e raziocinio, induce a giudizi avventati e non fa compagnia perché richiede la presenza degli altri. Il linguaggio scritto, al contrario, dà tempo di riflettere e di scegliere le parole. Facilita l’esercizio della logica, costringe a giudizi ponderati, e fa compagnia perché lo si esercita in solitudine. Specialmente quando si scrive, la solitudine è una gran compagnia.

Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e verso le 9 ho avuto la sensazione d’un pericolo che forse non mi avrebbe toccato, ma che certo mi riguardava. Sai, la sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della pelle senti la pallottola o il razzo che arriva e tendi le orecchie e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ho respinta. Non ero mica in Vietnam, mi son detta. Non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre. L’11 settembre 2001.

Ho raggiunto ciò che i dottori chiamano la ‘fine della strada’ e non durerò a lungo. Ma sapere che voi fate quello che fate, pensare che voi sarete qui quando io non ci sarò più, mi aiuta parecchio a esercitare quel dovere contro il nemico. A non dargli pace finché avrò un filo di fiato.

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Frasi di Oriana Fallaci sull’amore

Le storie d’amore più importanti per Oriana Fallaci furono essenzialmente quattro: da Alfredo Pieroni, suo grande amore, al francese François Pelou, di cui fu amante per dieci lunghi anni, dal greco Alekos Panagulis, morto in circostanze misteriose, a Paolo Nespoli di 28 anni più giovane di lei. Ovviamente, come capita a tutti noi, ognuna di queste storie insegnò qualcosa alla Fallaci regalandole una serie di esperienze, sia felici sia drammatiche, le quali contribuirono a creare una sua personale visione dell’amore. Scopriamola insieme attraverso queste frasi d’amore di Oriana Fallaci:

La vita ha quattro sensi: amare, soffrire, lottare e vincere. Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince. Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre.

È la vita. A volte credi che due occhi ti guardino e invece non ti vedono neanche. A volte credi d’aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno. Succede. E se non succede, è un miracolo. Ma i miracoli non durano mai.

Come un legno che va alla deriva, incapace d’opporsi alla corrente del fiume, ignaro se l’acqua lo scaglierà sulla sponda o lo trascinerà fino al mare, così me ne andavo nella tua esistenza durante quell’autunno. La mia battaglia contro l’amore, il cancro, era ormai perduta.

Tra un uomo e una donna ciò che chiamano amore è una stagione. E se al suo sbocciare questa stagione è una festa di verde, al suo appassire è solo un mucchio di foglie marce.

Anche un’avventura sentimentale è un amore, comunque un impegno amoroso, un temporaneo legame in contrasto con la tua libertà.

Amare a vuoto è peccato mortale e regalarsi a qualcuno è delitto.

Non è vero che non credi all’amore. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco e perché quello che vedi non è mai perfetto.

Non si regala l’anima a chi non è disposto a regalare la sua.

Al giorno d’oggi ci si prende e ci si lascia con troppa facilità. Si pratica il piacere come uno sport e il facile gioco dei rapporti amorosi conduce alla dissoluzione del sentimento amoroso.

Nulla minaccia la tua libertà quanto il misterioso trasporto che una creatura prova verso un’altra creatura, per esempio un uomo verso una donna, o una donna verso un uomo. Non vi sono cinghie né catene né sbarre che ti costringano a una schiavitù più cieca, a un’impotenza più disperata.

È la più antica forma di masochismo, quella di amare chi non sa amare: e la più stupida.

L’amore è un dialogo, non un monologo.

La morte di un amore è come la morte d’una persona amata. Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto. Perfino se l’hai attesa, causata, voluta per autodifesa o buonsenso o bisogno di libertà, quando arriva ti senti invalido. Mutilato.

Io non mi sono mai sentita tanto viva come dopo una battaglia dalla quale sono uscita viva e indenne. […] È dopo aver vinto quella sfida che ti senti così vivo. Vivo quanto non ti senti nemmeno nei momenti più ubriacanti di gioia o nei momenti più travolgenti d’amore.

Il nostro rapporto non è che un contatto epidermico, un esercizio di sesso, una appagante ginnastica, insomma un dialogo da sordomuti.

Il coraggio cieco e sordo e illimitato e suicida, che nasce dall’amore. Non ha confini il coraggio che nasce dall’amore e per amore si realizza. Non tiene conto di alcun pericolo, non ascolta nessuna forma di raziocinio. Pretende di muovere le montagne e spesso le muove.

Aspettava e la sua piccola mente impazzita d’amore andava alla deriva come una barca senza remi. Fantasie insensate e verità sconcertanti i flutti che la sbatacchiavano nella nebbia della sprovvedutezza e contro gli scogli della disperazione.

Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione. Per vivere ci vuole passione.

Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare “Presto barellieri, il plasma”, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore a pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche.

Si è sempre affascinati dal vuoto. Più è fondo, più è buio, più esso ci attrae: un misterioso richiamo d’amore.

frasi di Oriana Fallaci sull'amore
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Oriana Fallaci: frasi sulle donne

Nel ’61, la giornalista realizzò un reportage sulla condizione della donna in Oriente, ma non fu l’unica occasione in cui scelse di parlare delle donne. Infatti, Oriana Fallaci elaborò molte frasi celebri sulle donne che andarono a toccare tematiche differenti: dagli aforismi sulla mamma alle frasi sulla violenza sulle donne. Frasi forti, quelle di Oriana Fallaci, e comprensibilmente indimenticabili; eccone alcune:

La rivoluzione più grande è, in un Paese, quella che cambia le donne e il loro sistema di vita. Non si può fare la rivoluzione senza le donne. Forse le donne sono fisicamente più deboli, ma moralmente hanno una forza cento volte più grande.

Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico.

Sono belle le bambine vietnamite, e quasi sempre diventano donne bellissime e la bellezza non scomoda mai nella vita: fa perdonare perfino l’intelligenza.

Essere donne è una scuola di sangue: tutti i mesi offriamo a noi stesse il suo spettacolo odioso.

Il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicar l’assassinio di un uomo e di una donna.

La paura che fanno le donne le quali, quando sono potenti, lo sono sempre più di un uomo potente.

Le donne, oggi, tendono talmente a minimizzare il dono del donarsi e la donna che si dona. Nei romanzi francesi dell’altro secolo si leggeva spesso questa frase che a me pare giusta: “Mi sono donata”. Oggi non è più un dono, è piuttosto un abbandono: provocato da elementi esteriori come una serata piacevole, una intesa passeggera, le vacanze, il sole, il whisky, il cinema.

Vi sono donne, nel mondo, che ancora oggi vivono dietro la nebbia fitta di un velo e più che un velo è un lenzuolo che le copre dalla testa ai piedi come un sudario: per nasconderle alla vista di chiunque non sia il marito, un bimbo o uno schiavo senza vigore. Questo lenzuolo, che si chiami purdah o burka o pushi o kulle, o djellabah, ha due buchi all’altezza degli occhi, oppure un fitto graticcio alto due centimetri e largo sei, e attraverso quei buchi o quel graticcio esse guardano il cielo e la gente: come attraverso le sbarre di una prigione. Questa prigione si estende dall’oceano Atlantico all’oceano Indiano percorrendo il Marocco, l’Algeria, la Nigeria, la Libia, l’Egitto, la Siria, il Libano, l’Iraq, l’Iran, la Giordania, l’Arabia Saudita, l’Afganistan, il Pakistan, l’Indonesia: il mondo dell’Islam.

Dal buio del ventre materno esse passano al buio della casa paterna, da questa al buio della casa coniugale, da questa al buio della tomba.

Sono dunque le donne più infelici del mondo, queste donne col velo. E il paradosso è che non sanno di esserlo perché non sanno ciò che esiste al di là del lenzuolo che le imprigiona.

Ogni responsabilità è della donna, ogni sofferenza, ogni insulto. “puttana”, le dite se ha fatto l’amore con voi. La parola “puttano” non esiste nel dizionario: usarla è un errore di glottologia.

Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata.

Dire che il popolo è sempre vittima, sempre innocente, è un’ipocrisia e una menzogna e un insulto alla dignità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni persona. Un popolo è fatto di uomini, donne, persone, ciascuna di queste persone ha il dovere di scegliere, di decidere per se stessa; e non si cessa di scegliere, di decidere, perché non si è né generali né ricchi né potenti.

Sbaglia chi si consola con le immagini delle poche donne che a Kabul non portano più il burkah e a volto scoperto escono di casa, vanno di nuovo dal dottore, vanno di nuovo a scuola, vanno di nuovo dal parrucchiere. Sbaglia chi si accontenta di vedere i loro mariti che dopo la disfatta dei Talebani si levano la barba come, dopo la caduta di Mussolini, gli italiani si levano il distintivo fascista. Sbaglia perché la barba ricresce e il burkah si rimette. Negli ultimi vent’anni l’Afghanistan è stato un alternarsi di barbe rasate e ricresciute, di burkah tolti e rimessi.

E chi crede nel mito della “pacifica convivenza” che secondo i collaborazionisti caratterizzava i rapporti tra conquistati e conquistatori farebbe bene a rileggersi le storie dei conventi e dei monasteri bruciati, delle chiese profanate, delle monache stuprate, delle donne cristiane o ebree rapite per essere rinchiuse negli harem. Farebbe bene a riflettere sulle crocifissioni di Cordova, sulle impiccagioni di Granada, sulle decapitazioni di Toledo e di Barcellona, di Siviglia e di Zamora.

Da un capo all’altro della terra le donne vivono in un modo sbagliato: o segregate come bestie in uno zoo, guardando il cielo e la gente da un lenzuolo che le avvolge come il sudario avvolge il cadavere, o scatenate come guerrieri ambiziosi, guadagnando medaglie nelle gare di tiro coi maschi.

I problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne.

Di questo chador a esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne, mi dica: perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? […] E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la Rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il chador. A proposito, come si fa a nuotare con il chador?

A restare incinte, a morire partorendo e abortendo o non abortendo siamo noi donne, che vi piaccia o meno. Abbiamo sfidato per millenni il vostro inferno e lo faremo ancora.

Se nascerai uomo non dovrai temere d’essere violentato nel buio di una strada. Non dovrai servirti di un bel viso per essere accettato al primo sguardo, di un bel corpo per nascondere la tua intelligenza. Non subirai giudizi malvagi quando dormirai con chi ti piace.

Oriana Fallaci frasi e immagini
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Oriana Fallaci: frasi tratte da “Lettera a un bambino mai nato”

Il 1975 fu l’anno in cui Oriana Fallaci pubblicò Lettera a un bambino mai nato: il monologo di una donna che, incinta, vive la propria maternità come un atto di responsabilità e, per questo, si domanda se sia giusto dare alla luce un figlio per poi farlo vivere in un mondo crudele e violento come questo. Il romanzo tratta dunque di tematiche importanti come l’amore, la famiglia e l’aborto, realtà tristemente nota a Oriana Fallaci che, dopo un aborto spontaneo durante la sua storia con François Pelou, tentò il suicidio. Di seguito, vi lasciamo quindi alcune frasi di Oriana Fallaci tratte da Lettera a un bambino mai nato che riteniamo assolutamente degne d’esser conosciute.

Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Mi si è fermato il cuore.
(incipit del romanzo)

A chi non teme il dubbio. A chi si chiede i perché senza stancarsi e a costo di soffrire. Di morire. A chi si pone il dilemma di dare la vita o negarla. Questo libro è dedicato da una donna per tutte le donne.

Una volta nato non ti dovrai scoraggiare, dicevi: neanche a soffrire, neanche a morire. Se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente, e niente è peggiore del niente: il brutto è dover dire di non esserci stato.

Molte donne si chiedono: metter al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito ed offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentar di cancellare le malattie e la guerra.

La vita è una tale fatica, bambino. È una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano un prezzo crudele.

Essere mamma non è un mestiere; non è nemmeno un dovere: è solo un diritto tra tanti diritti.

Il tuo cuore è già fatto, ed è grande: in proporzione, nove volte più grande del mio. Pompa sangue e batte regolarmente dal diciottesimo giorno: potrei buttarti via? Che m’importa se sei incominciato per caso o per sbaglio, anche il mondo in cui ci troviamo non incominciò per caso e forse per sbaglio?

Un uomo non resta incinto e, a proposito, dimmi: è un vantaggio o una limitazione? Fino a ieri mi sembrava un vantaggio, anzi un privilegio. Oggi mi sembra una limitazione, anzi una povertà. V’è un che di glorioso nel chiudere dentro il proprio corpo un’altra vita, nel sapersi due anziché uno.

Bambino, io sto cercando di spiegarti che essere un uomo non significa avere una coda davanti: significa essere una persona. E anzitutto, a me, interessa che tu sia una persona. È una parola stupenda, la parola persona, perché non pone limiti a un uomo o a una donna, non traccia frontiere tra chi ha la coda e chi non ce l’ha. Il cuore e il cervello non hanno sesso. Nemmeno il comportamento.

Se nascerai uomo, spero che sarai un uomo come io l’ho sempre sognato: dolce coi deboli, feroce coi prepotenti, generoso con chi ti vuol bene, spietato con chi ti comanda. Infine, nemico di chiunque racconti che i Gesù sono figli del Padre e dello Spirito Santo: non della donna che li partorì.

Forse dovrei tacerti per ora le brutture e le malinconie, raccontarti un mondo di innocenze e gaiezze. Ma sarebbe come attirarti in un inganno. Sarebbe come indurti a credere che la vita è un tappeto morbido sul quale si può camminare scalzi e non una strada di sassi, bambino. Sassi contro cui si inciampa, si cade, ci si ferisce. Sassi contro cui bisogna proteggerci con scarpe di ferro. E neanche questo basta perché, mentre proteggi i piedi, c’è sempre qualcuno che raccoglie una pietra per tirartela in testa.

Nel buio che t’avvolge ignori addirittura d’esistere: potrei buttarti via e non sapresti mai che t’ho buttato via. Non avresti modo di concludere mai se ti ho fatto un torto o un regalo.

E se toccasse a te farmi scoprire il significato di quelle cinque lettere assurde? Proprio a te che mi rubi a me stessa e mi succhi il sangue e mi respiri il respiro?

Allora dimmi, tu che sai tutto: quando incomincia la vita? Dimmi, ti supplico: è davvero incominciata la tua? Da quanto? Dal momento in cui la stilla di luce che chiamano spermio bucò e scisse la cellula? Dal momento in cui ti sbocciò un cuore e prese a pompar sangue? Dal momento in cui ti fiorì un cervello, un midollo spinale, e ti avviasti ad assumere una forma umana? Oppure quel momento deve ancora venire e sei solo un motore in fabbricazione?

Certo siamo una ben strana coppia, io e te. Tutto in te dipende da me e tutto in me dipende da te. Però io non posso comunicare con te e tu non puoi comunicare con me.

Dopotutto sei tu che hai preso l’iniziativa e io sbagliavo a credere d’importi una scelta. Tenendoti, non faccio che piegarmi al comando che mi impartisti quando s’accese la tua goccia di vita. Non ho scelto nulla, ho obbedito.

L’uguaglianza, figlio, esiste solo dove sei tu: come la libertà. Nell’uovo e basta siamo tutti uguali. Ma è proprio il caso che tu venga a conoscere tali ingiustizie, tu che lì vivi senza servire nessuno?

È giusto che tu nasca per morire sotto una bomba o il fucile di un sergente peloso cui hai rubato per fame una razione di rancio?

Poi ha schiuso le labbra e ha detto: “È anche mio”. L’ira mi ha travolto. Sono balzata a sedere sul letto e gli ho gridato che non eri né mio né suo: eri tuo.

Non vedo perché dovrei avere un bambino. Non mi sono mai trovata a mio agio, io, con i bambini. Non sono mai riuscita a trattare con loro. Quando mi avvicino con un sorriso, strillano come se li nicchiassi. Il mestiere di mamma non mi si addice.

Ho detto feto e non bambino: la scienza mi permette questa distinzione. Sappiamo tutti che un feto diventa un bambino solo al momento della viabilità,e che tale momento sopraggiunge al nono mese. In casi eccezionali, al settimo mese.

Caro collega, costei non voleva la morte del suo bambino: voleva la propria vita. E purtroppo in certi casi la nostra vita è la morte di un altro, la vita di un altro è la nostra morte.

Mi ha definito assassina. Chiuso dentro il suo camice bianco, non più medico ma giudice, ha tuonato che vengo meno ai doveri più fondamentali di madre e di donna e di cittadina.

La maternità non è un dovere morale. Non e nemmeno un fatto biologico. È una scelta.

Nel mio universo che tu chiamavi uovo, lo scopo esisteva: era nascere. Ma nel tuo mondo lo scopo è soltanto morire: la vita è una condanna a morte. Io non vedo perché avrei dovuto uscire dal nulla per tornare al nulla.

Il bambino era stato saggio, più saggio della madre. Oltretutto, morendo, aveva difeso il nome della ditta. Che avrebbe pensato il pubblico a veder la sua dipendente, non sposata per giunta, con un neonato in braccio?

Il figlio che hai voluto perdere non lascia vuoti. La sua scomparsa non reca danno né alla società né al futuro. Ferisce soltanto te, e oltremisura.

Tu sei morto ma io sono viva. Così viva che non mi pento, e non accetto processi, non accetto verdetti, neanche il tuo perdono.

Guarda, s’accende una luce. Si odono voci. Qualcuno corre, grida, si dispera. Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Forse muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore.

E tu mi sei venuto accanto, mi hai detto: “Ma io ti perdono, mamma. Non piangere. Nascerò un’altra volta”. Splendide parole, bambino, ma parole e basta. Tutti gli spermii e tutti gli ovuli della terra uniti in tutte le possibili combinazioni non potrebbero mai creare di nuovo te, ciò che eri e che avresti potuto essere. Tu non rinascerai mai più. Non tornerai mai più.

Oriana Fallaci Lettera a un bambino mai nato frasi
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Oriana Fallaci: frasi tratte da “Un uomo”

Nel ’79 fu poi l’anno in cui Oriana Fallaci scrisse Un uomo: questo romanzo fu una biografia circa la vita di Alekos Panagulis, intellettuale della resistenza greca con cui intrattenne una burrascosa relazione animata da scappatelle e scatti d’ira che la Fallaci perdonò sempre. Da donna innamorata, infatti, rimase accanto a Panagulis fino a che questi non morì, dopo anni di carcere e lotta attiva tra Firenze e Atene, in un sospetto incidente stradale. Scopriamo, dunque, insieme le più belle e interessanti frasi di Oriana Fallaci tratte da Un uomo:

Era una voce che al solo udirla si perdeva la pace per sempre.

S’agapò tora che tha s’agapò pantote“. “Cosa significa?” “Significa: ti amo ora e ti amerò sempre. Ripetilo.”
Lo ripeto sottovoce: “e se non fosse così?”
“Sarà così.” Tento un’ultima vana difesa: “Niente dura per sempre, Alekos. Quando tu sarai vecchio e…”.
“Io non sarò mai vecchio.”.
“Sì che lo sarai. Un celebre vecchio coi baffi bianchi.”
“Io non avrò mai i baffi bianchi. Nemmeno grigi.” “Li tingerai?”
“No, morirò molto prima. E allora sì che dovrai amarmi per sempre.”

L’unico modo per non soffrire è non amare, che nei casi in cui non puoi fare a meno di amare sei destinato a soccombere.

Lungo è il silenzio che gela il suono di una frase molto temuta o molto agognata, nel bene e nel male, mentre il cervello tace e il corpo si paralizza, non si muovono i piedi, non si muovono i piedi, non si muovono le braccia, non si muove la testa e nemmeno la lingua: non batte che il cuore.

E forse il tuo carattere non mi piaceva, né il tuo modo di comportarti, però ti amavo di un amore più forte del desiderio, più cieco della gelosia: a tal punto implacabile, a tal punto inguaribile, che ormai non potevo più concepire la mia vita senza di te. Ne facevi parte quanto il mio respiro, le mie mani, il mio cervello, e rinunciare a te era rinunciare a me stessa, ai miei sogni che erano i tuoi sogni, alle tue illusioni che erano le mie illusioni, alle tue speranze che erano le mie speranze, alla vita! E l’amore esisteva, non era un imbroglio, era piuttosto una malattia, e di tale malattia potevo elencare tutti i segni, i fenomeni.

Eppure non ero fisicamente gelosa di te. Non lo ero mai stata, nemmeno all’inizio […]. Parlo della gelosia che svuota le vene all’idea che l’essere amato penetri un corpo altrui, la gelosia che piega le gambe, toglie il sonno, distrugge il fegato, arrovella i pensieri, la gelosia che avvelena l’intelligenza con interrogativi, sospetti, paure, e mortifica la dignità con indagini, lamenti, tranelli facendoti sentire derubato, ridicolo, trasformandoti in poliziotto inquisitore carceriere dell’essere amato.

Paradossalmente, non ero innamorata di te. Non lo ero mai stata, nemmeno durante i sette giorni di felicità o nel periodo della casa nel bosco, perlomeno nel senso che di solito si dà a questo termine. Parlo del desiderio fisico che annebbia la vista e interrompe il respiro al solo guardare la creatura amata, del brivido che ti intirizzisce e ti scioglie al solo sfiorarle una mano, una guancia, sicché tutto in lei diventa unico e insostituibile, perfino l’odore del suo fiato, il sudore della sua pelle, i suoi stessi difetti che anziché difetti ti sembrano qualità deliziose: hai bisogno di lei come dell’aria, dell’acqua, del cibo, e in tale schiavitù muori di mille morti ma sempre per resuscitare, esserle schiavo di nuovo. Questi sintomi io li conoscevo, ma in coscienza non potevo dirmi d’averli avvertiti in nessun momento per te.

Se ci fermassimo a considerare ciò che ha buon senso e ciò che non lo ha, ciò che è possibile e ciò che non lo è, la terra smetterebbe di girare. E la vita perderebbe il suo scopo.

Pensieri d’amore dimenticati risorgono e mi portano di nuovo alla vita.

L’amore non è un riposo e quando nasce dai coiti dell’anima può diventare tragedia.

Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie. E forse è vero che quasi mai l’amore ha per oggetto un corpo, spesso si sceglie o si accetta una persona per la malìa inesplicabile con la quale essa ci investe, o per ciò che essa rappresenta ai nostri occhi, alle nostre convinzioni, alla nostra morale; però il veicolo di un rapporto amoroso rimane il corpo e, se quello non ti seduce, qualcos’altro deve pur sedurti. Il carattere, ad esempio, il modo di vivere o di comportarsi. E col tempo avevo scoperto che neanche il tuo carattere mi piaceva molto. […] Ma allora perché avevo avuto quell’impulso di correrti dietro, di abbracciarti, sentire i tuoi baffi contro la mia guancia, perché ora sentivo il bisogno di raschiarmi la gola e ricacciare indietro le lacrime?

La felicità è una lacrima che inaspettatamente ti scivola giù per la guancia mentre sussurri: Sono stato tanto solo. Non voglio stare più solo. Giura che non mi lascerai mai.

Niente è indegno se il fine è degno.

Ti amavo, perdio. Ti amavo al punto di non poter sopportare l’idea di ferirti pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le spalle troppo tonde, le sue braccia troppo corte, le sue mani troppo tozze, le sue unghie strappate.

Non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.

Che supplizio inaudito le catene con cui l’essere amato ti lega impedendoti di alzare le ali, che ricchezza sterminata lo spazio di cui ti chiude con le stesse catene le porte. Però, quando lui non c’è più, e quello spazio si spalanca infinito dinanzi a te, sicché puoi volare nel pulviscolo d’oro a tuo piacimento, gabbiano senza affetti e senza lacci, avverti un vuoto spaventoso.

Egli non può essere rimpiazzato o copiato: la storia del mondo ci ha ben fornito la prova che morto un leader se ne trova un altro. Morto un poeta, invece, eliminato un eroe, si forma un vuoto incolmabile e bisogna attendere che gli dei lo facciano resuscitare.

Se in tempo di dittatura il tirannicidio è un dovere, in tempo di democrazia il perdono è una necessità. In tempo di democrazia la giustizia non si fa scavando le tombe.

L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.

Se tanto lo sfuggo, credimi, è perché lo amo. Fuggo da lui eppure lo cerco. Quando mi é vicino e vedo i suoi occhi e ascolto la sua voce vorrei accecarlo, renderlo mutuo, ma appena mi separo da lui vedo apparire due fiammelle tremanti che brillano quanto stelle perdute nel fondo della notte. Sono i suoi occhi, le sue parole purificate dall’assenza. La sua anima è tanto più vicina a me quanto più lontano è il suo corpo.

L’amara scoperta che Dio non esiste ha ucciso la parola destino. Ma negare il destino è arroganza, affermare che noi siamo gli unici artefici della nostra esistenza è follia.

Amarti, anzi accettarti, era davvero vestire i panni di Sancho Panza che segue don Chisciotte e canta le sue poetiche folli bugie, vivere il sogno impossibile, combattere il nemico imbattibile, sopportare il dolore insopportabile, correggere l’errore incorreggibile, raggiungere le stelle irraggiungibili.

Oggi i padroni del nostro cervello, i teologi della sinistra, non fanno che ripetere gli errori di quei maestri: togli all’asta della bandiera la croce, mettici la falce e il martello, e vedrai che rimane la stessa cosa: un cencio che sventola i soliti privilegi, le solite ambizioni, i soliti imbrogli.

Dittatura, democrazia, rivoluzione: tutti massi in bilico sulla montagna. E a conti fatti il medesimo masso, la medesima maledizione che gli uomini si portano dietro dal giorno in cui si aggregarono in una tribù.

I servizi segreti sono sempre a disposizione del Potere, non cambiano perché cambia un regime o una politica. A volte per salvare la faccia cambiano i loro uomini, anzi i loro dirigenti, però è come infilare alla stessa mano un guanto nuovo e identico al vecchio.

“Come intendi difenderti, Alekos?”
“In nessun modo, alitaki. Ciò che deve essere, è. Ciò che dovrà essere, sarà.”

Nessun amore al mondo resiste se non interviene la morte. Se vivessi a lungo, finiresti col detestarmi. Poiché morirò presto, invece, mi amerai per sempre.

La morte è una ladra che non si presenta mai di sorpresa, ecco quel che ho cercato di dirti finora. La morte si annuncia sempre con una specie di profumo, percezioni impalpabili, silenziosi rumori. La morte si sente arrivare.

Ciascuno di noi va per la propria strada: io a morire, voi a vivere. Che cosa sia meglio Iddio solo lo sa.

Se io mi trovo qui è perché credo nell’uomo. E credere nell’uomo significa credere nella sua libertà. Libertà di pensiero, di parola, di critica, di opposizione: tutto ciò che il golpe fascista di Papadopulos ha eliminato un anno fa.

Un uomo Oriana Fallaci frasi
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Immagini con frasi di Oriana Fallaci

E proprio perché la Fallaci elaborò tantissimi aforismi ricchi di significato e di sentimento, abbiamo pensato di proporvi delle immagini con frasi di Oriana Fallaci, ma anche delle sue foto, belle sia da conservare sia da condividere per far sì che, almeno attraverso le sue frasi celebri, il mito continui a vivere…

aforismi Oriana Fallaci amore

aforismi Oriana Fallaci
La maternità non è un dovere morale. Non è nemmeno un fatto biologico. È una scelta cosciente.
(Oriana Fallaci)
Fallaci Oriana frasi
Il dolore è il sale della vita e senza di esso non saremmo umani.
(Oriana Fallaci)
aforismi di Oriana Fallaci
Gli uomini sono così: inventano la bomba atomica, uccidono con essa centinaia di migliaia di creature e poi vanno sulla Luna. Né angeli, né bestie, ma angeli e bestie.
(Oriana Fallaci)
frasi celebri di Oriana Fallaci
A mio parere, in un’intervista, non sono le domande che contano ma le risposte. Se una persona ha talento, puoi chiederle la cosa più banale del mondo: ti risponderà sempre in modo brillante e profondo. Se una persona è mediocre, puoi porle la domanda più acuta del mondo: ti risponderà sempre in modo mediocre.
(Oriana Fallaci)

Oriana Fallaci frasi sulla mamma

frasi di Oriana Fallaci
La verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della natura.
(Oriana Fallaci)
frasi di Oriana Fallaci sulle donne
La nostra logica è piena di contraddizioni. Appena affermi qualcosa, ne vedi il contrario. E magari ti accorgi che il contrario è valido quanto ciò che affermavi.
(Oriana Fallaci)
frasi libri Oriana Fallaci
Solo chi ha pianto molto può apprezzare la vita nelle sue bellezze e ridere bene. Piangere è facile, ridere è difficile.
frasi celebri Oriana Fallaci
Ce ne sono milioni meglio di lui. Ce ne sono milioni anche meglio di me. Comunque io non conosco quelli meglio di lui e non posso consumar la mia vita ad aspettare di conoscerli. E poi se dovessimo cercare la perfezione in un uomo, si amerebbero i santi. I santi son morti e io non vado a letto col calendario.
(Oriana Fallaci)
immagini con frasi Oriana Fallaci
Lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni liberà. La libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.
(Oriana Fallaci)
Oriana Fallaci aforismi
Non si regala l’anima a chi non è disposto a regalare la sua. Chi non fa regali, non apprezza i regali.
(Oriana Fallaci)
Oriana Fallaci frasi
Chi ha detto che essere belli vuol dire avere bei tratti? A volte essere belli significa avere spirito, eleganza e dignità.
(Oriana Fallaci)
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La morte della madre non è paragonabile alla morte dell’uomo che amavi: è l’anticipo della tua morte. Perché è la morte della creatura che ti ha concepito, portato dentro il ventre, regalato la vita. E la tua carne è la sua carne, il tuo sangue è il suo sangue, il tuo corpo un’estensione del suo corpo: nell’attimo in cui muore, muore fisicamente una parte di te o il principio di te, non serve che il cordone ombelicale sia stato tagliato per separarvi.
(Oriana Fallaci)

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Oriana Fallaci frasi sull'amore
Ogni cosa è fatta di tre punti di vista: il mio, il suo e la verità.
(Oriana Fallaci)
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Nessuno dice che il vero fascismo consiste nell’essere anti per principio, per bizza, cioè nel negare a priori che in ogni corrente di pensiero vi sia qualcosa di giusto o qualcosa da usare per cercare il giusto.
(Oriana Fallaci)
Oriana Fallaci frasi celebri
È solo rispettando se stessi che si può esigere il rispetto degli altri. È solo credendo in se stessi che si può essere creduti dagli altri.
(Oriana Fallaci)
Oriana Fallaci frasi donne
Non tutti i musulmani sono terroristi. Ma tutti i terroristi sono musulmani.
(Oriana Fallaci)
Oriana Fallaci frasi immagini
L’Islam è il Corano. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la libertà, è incompatibile con la democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani.
(Oriana Fallaci)

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Paola Cittadino
Una mamma a tempo pieno con la passione per la scrittura. Amo la letteratura e prediligo i grandi classici, sono appassionata di storia dell'arte e interior design. Attenzione però: sono anche cintura nera di biscotti al burro e pizza fatta in casa!

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